Sabrina Falzone - 20.07.2006
«Sono nato a Tokyo, la mia città natale. Paragonandola al corpo femminile, Tokyo coinciderebbe con l'utero. E' il luogo dove sono nato e cresciuto, ma in realtà io non mi sento ancora cresciuto, è come se fossi rimasto legato all'utero e mi sento ancora un bimbo appena nato. Non so perché, ma Tokyo mi attira e ne avverto la tenerezza. Per questo continuo a viverci.» Araki Nobuyoshi, un uomo buffo, solare, quasi infantile, vestito sempre con assurde magliette che lo ritraggono col viso di un maiale, non è un fotografo comune. Lo scandalo è all'ordine del giorno con una personalità come la sua. Non a caso è il fotografo giapponese più dissacrante, provocatorio e il più ricercato dai collezionisti di tutto il mondo. Un cospicuo nucleo di intellettuali (come il critico Monty Dipietro), però, non condividono il successo che la sua arte ha ricevuto, perché fondata sulla degradazione dell'immagine della donna. Eppure, nonostante la sua ricerca si muova da questo principio, sono tantissime le donne entusiaste di lavorare per Araki.
«Voglio essere testimone del Tempo. E sento, percepisco dentro me tanti sentimenti diversi che voglio manifestare. Il sesso come il male. Tutto. Ad esempio, descrivere il tragitto dal sacro al profano, sino alla volgarità.»
La ricerca di Araki è complessa, multiforme e inusuale. Dedicata alla rappresentazione simbolico-rituale della sessualità, è intrisa di innumerevoli sfumature: dalla bellezza cromatica dei fiori ai cieli giapponesi, dagli amplessi ai volti delle donne. Un altro dei suoi temi è la fragile soglia tra la vita e la morte, tra il bene e il male, tra sacro e profano. Le donne sono i suoi soggetti prediletti. Ma quali donne fotografa Araki?
«Negli ultimi tempi non lavoro più con attrici perché sono come prodotti già confezionati e dunque non mi interessano. [...] Spesso sono persone che incontro casualmente e che suscitano in me un'emozione drammatica o misteriosa che mi spinge a fotografarle. [...] Ma siccome recentemente vengo considerato un maestro le donne arrivano da sole e addirittura aspettano in fila per farsi fotografare.»
Gambe accavallate, velate da un tessuto trasparente, lo sguardo perso nel vuoto, enigmatico e sensuale. Corpi dalla pelle bianchissima in assoluto abbandono, imprigionati in corde pendenti da un soffitto, con il pube in evidenza. Piccoli animali in gomma come lucertole, coccodrilli, mosche, serpenti, iguana o granchi, posati su nudi distesi e rilassati. Tre figure femminili tipiche del mondo di Nobuyoshi Araki, supremo poeta dell'erotismo giapponese, cantore di un'essenza femminile misteriosa e seducente. Le donne che ritrae sono solitamente nude, legate o imbavagliate, maliziose e persino diaboliche. Ma Araki ama esprimere la piacevolezza della vita, che sta anche nelle donne non molto belle, le sue preferite.
«Dirò una cosa che potrà sembrare estrema, assurda: io non so nulla circa la natura delle donne. Tutte sono diverse, ognuna ha il suo fascino e per questo io le fotografo. Attraverso l'obiettivo io cerco di estrarre l'essenza delle cose e, nel caso delle donne, ciò che esse sono, il loro vivere quotidiano, oppure la loro sessualità. Tutte sono però differenti l'una dall'altra, e per questo io continuo a scattare.»
Araki si diverte a presentare all'estero un'immagine perversa del Giappone e la cultura occidentale ingenuamente crede che le donne giapponesi pratichino spesso le perversioni e le abitudini violente da lui fotografate. Quella di Araki è una "pornografia filosofico-esistenziale", espressione artistica che fa riaffiorare l'incredibile senso di stupore che coglie l'occhio umano davanti all'esibizione di un corpo.
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