Jacopo Grisolaghi - 03.02.2007
"Tutti questi stupidi borghesi che continuamente usano le parole immorale, immoralità, moralità nell'arte, ed altre sciocchezze del genere, mi fanno pensare a Louise Villedieu, una puttana da cinque franchi, che una volta mi ha accompagnato al Louvre dove non era mai stata, e lì arrossiva, si copriva veloce la faccia e ogni momento mi tirava per la manica e mi domandava, davanti a quella moltitudine di statue e dipinti eterni, come si potesse esporre in pubblico una tale indecenza". Così parò Charles Baudelaire nei suoi intimi diari intitolati "Il mio cuore messo a nudo".
Conseguentemente a moralismi e falsi pudori l'erotismo è entrato nel mondo dell'arte. L'erotismo e basta? Nei musei è forse più il suo discendente, ovvero il feticismo, ad aver avuto la maggiore.
L'artista si concentra su un particolare, su un elemento, una "particella elementare", come direbbe Michel Houellebecq. Siamo forse tutti feticisti nel momento in cui privilegiamo una parte del corpo, concentriamo l'attenzione sulle labbra, sui capelli, su una caviglia, sul seno o sull'atteggiamento? La scienza, con il suo DSM (Manuale Statistico Diagnostico dei Disturbi Mentali, edito dall'Associazione Psichiatri Americani) dice di no, o meglio, dice che lo siamo solo se rientriamo all'interno di certe determinate categorie nosografiche che fanno riferimento alla ripetitività, esaustività e coercitività dell'eccitazione che proviamo verso il nostro feticcio e la ricerca della sua soddisfazione. Accantonando da una parte della scrivania il trattato clinico e ponendo la nostra attenzione a ciò che è una rappresentazione artistica, forse troppo spesso banalmente definita erotica, ci rendiamo conto che nell'arte sono continuamente presenti queste inclinazioni "ossessive", verso una parte del corpo, più o meno consapevolmente.
Gli artisti, come tutti noi, hanno le loro "perversioni soft", usando le parole di Willy Pasini, un loro tema preferito, determinati dettagli che prediligono ad altri. L'elenco delle loro predilezioni è infinito a tal punto da poterle ordinare per categorie, per grandi temi. Potremo citare il capitolo "vulva", all'interno del quale spiccherebbe sopra tutti Courbet. Rodin, Kubin, Dix, Grosz, Schiele, Masson, Picasso, Brauner, Magritte ed altri farebbero parte del capitolo "la metamorfosi della vulva", avendola metaforizzata in paesaggio, animale, frutto, fiore, monumento.
Il capitolo "pene" sarebbe, altresì, rappresentato da Durer, Warhol, Fetting, ecc.
"Donna in carne" sarebbe una sezione dove Rubens, Rembrandt, Maillol, Botero e Renoir detterebbero legge, al contrario di Otto Dix, Gruber e Giacometti che sarebbero gli autori del capitolo "donna secca". Questo elenco non finirebbe mai: la "peluria" per Modigliani e Oppenheimer, "donne gravide" per Klimt, "capi di abbigliamento", "biancheria", ecc.
Quindi tutto ciò vuol dire che nel campo della sessualità dell'arte nulla è cambiato dai primordi ad oggi? Solo tecniche e colori? E dove va a finire l'ottimismo di Comte? L'essere umano è sempre soggiogato dall'ignoranza e dai tabù?
Il bello di queste domande è che non hanno nessuna risposta.
Questa rubrica cerca solamente di accendere una piccola candela in un mondo oscuro, dominato da demoni, i nostri demoni, cioè l'anima dei nostri desideri sessuali che si fanno arte.
L'autore del presente non intende affatto parlare dell'erotismo nell'arte, sarebbe troppo banale, bensì...dell'erotismo come arte.
Versione stampabile / Commenta questo articolo