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[Cinema] Un film erotico che lascia il gusto dell'amaro: Il gusto dell'anguria

Elisa Campana - 09.02.2007

Il gusto dell'anguria è un film di Tsai Ming-liang che è stato presentato favorevolmente in molti festival internazionali fra cui quelli di Cannes, Berlino e Venezia, eventi che hanno trasformato uno dei più importanti registi del Sud-Est asiatico in autore cult.
Il personaggio del film è sempre lo stesso in tutte le opere del regista, pur rivestendo ruoli completamente diversi: in questo caso è un attore di film porno che vengono girati accanto all'alloggio di Shiang-Chi, una giovane che ha dato una svolta alla sua vita rispetto alle opere precedenti.
Infatti ora vive a Tapei, che stenta a riconoscere, immersa in una spaventosa siccità. Mentre il governo suggerisce di bere solo succo d'anguria, più economico dell'acqua stessa, ognuno se la cava come può: lei riempie bottiglie di acqua "rubata" ai bagni pubblici, mentre Hsiao-Kang per potersi fare un bagno si arrampica sui tetti in piena notte, immergendosi nella scarsa acqua trovata nei cassoni.
Le loro anime ed i loro corpi sono destinati a incontrarsi, a unirsi per placare le rispettive inquietudini e, soprattutto, per cercare un po' di serenità.
La pellicola è permeata da ambientazioni hard, che sono solo un pretesto per descrivere la condizione in cui si trova l'animo umano dinnanzi a due mondi: la quotidianità e il mondo hard.
Non vi è solo questa dimensione che viene presentata: l'autore si sofferma a riflettere anche su dicotomie attuali come il dramma dei lavoratori stranieri privi dei fondamentali diritti, che non possono più tornare a casa ma che non si sentono nemmeno cittadini a tutti gli effetti dei paesi che li ospitano e vivono le loro esistenze come intrappolati.
Tsai Ming-liang calca la mano proprio su questo aspetto, poiché analizza le sensazioni provate dall'essere in gabbia, senza una via d'uscita e nessuna speranza.
E' un'amara riflessione sulla realtà, spezzata dai musical sarcastici che inducono ad una riflessione più ampia e scandiscono il tempo della solitudine. Queste scene vengono collocate in ambienti davvero degradanti, quali bagni pubblici, tetti diroccati o sordi di set di film porno, che contrastano con i costumi degli attori tutti ingingillati con lustrini e perline.
Il dialogo è quasi assente, il bisogno di amore è un'ossessione, quasi un disturbo ossessivo - compulsivo, palesato soprattutto nelle inquadrature interminabili. Il sesso è solo linguaggio del corpo, poiché manca il contorno: i gemiti di piacere servono solo a sminuire il significato del copulare e ridurlo a qualcosa di ordinario e completamente scollegato dall'amore.
Un gesto meccanico come quello che appare nella prima scena, ove, durante un amplesso, al posto della vagina la giovane protagonista ha un'anguria. Un'anguria che racchiude il senso del sesso femminile, che viene toccato in modo libidinoso a simulare la masturbazione ed il piacere plastificato e riflesso della donna durante gli automatismi dell'uomo.
L'autore sottolinea che il corpo è una mercificazione come l'acqua o l'anguria, ed è attraverso un'anguria, simbolo dell'energia vitale, che i protagonisti tentano di riappropriarsi dei propri corpi e di donarsi amore a vicenda. Ma sono risucchiati inevitabilmente dalla sterilità che li attanaglia.
La loro sete insaziabile non trova pace, perché faticano a trovare e a riconoscere l'elemento dissetante, anche quando ce l'hanno di fronte.
Un film scadente che ci presenta per l'ennesima volta il tema dell'Essere come oggetto.

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