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[Cinema] La Chiave, regia di Tinto Brass. Il vero volto di Venezia, tra malinconia e realtà

Sergio Toffolo - 06.03.2007

"Venezia è ruffiana dei miei amori" dichiara la contessa Serpieri nel film uscito nel 2002 Senso ‘45 del regista veneziano Tinto Brass.
Questa potrebbe sembrare una battuta come un'altra, se non fosse per la sua contestualizzazione nella storia di una città che è, già per se stessa, un enorme studio cinematografico. Battuta, questa, che sembra in diretta comunicazione con il film "La Chiave" del medesimo regista, uscito nel 1983 con protagonista femminile Stefania Sandrelli.
Se negli anni '80 tale pellicola poteva suscitare un certo clamore per le scene mostrate, oggi non sembra nulla di più di tante altre produzioni. Fortunatamente i tempi cambiano e questo ci permette di parlare con distacco di uno dei film che più ha descritto Venezia per ciò che rappresenta nell'immaginario collettivo.
Avulso dal suo contesto di mera sessualità, la cui pellicola era stata investita, Tinto Brass ci mostra la disfatta di una città attraverso la storia di un amore che sarebbe finito nella banalità del menage familiare, se non fosse stato per lo stratagemma del doppio diario letto dai due coniugi che infervora la gelosia di lui nei confronti della consorte. Storia, questa, del tutto improbabile se non fosse per quella genialità di immetterla in una Venezia descritta da un suo cittadino.
Se chiudendo gli occhi, in molti, possono pensare ad un quadro en plan air con acqua azzurra e riflessi di sole a contorno di una romantica uscita a due, Tinto Brass descrive la sua Venezia per quella che è, o meglio, per quella che è diventata. Tolti i film che rappresentavano le grandi famiglie veneziane, dove in loro era proiettato quello che si può respirare nella potenza di uno stato che era repubblica con doppio parlamento (maggior e minor consiglio) secoli prima della rivoluzione francese, come "I due Foscari" di Fulchignomi e "La storia del Fornaretto di Venezia" di Solito; tolto lo sguardo incantato di Hollywood che tingeva la città dandole una connotazione più simile a Parigi con l'aggiunta di commedia dell'arte e percorsi con gondole canterine; tolto il neorealismo di Rossellini e Visconti, rimane solo una vecchia impalcatura su acqua che si dimentica del proprio passato e diventa scenografia di visioni labirintiche, tanto care all'uomo contemporaneo e d'immagini tra semicupi e letti disfatti usati alla "mordi e fuggi".
Se anche Apollinaire aveva definito la città: "le sex femmelle de l'Europe", Venezia diventa vetrina non più di avventure romantico-sentimentali, di coppie in crisi o di vacanze senza il ritmo urbano ma scenario in cui il suo labirintico intreccio di calli e la sua connaturata sporcizia coronano una sessualità vissuta con continui sensi di colpa ed ansie di sorpresa.
Tinto Brass in "La Chiave" riesce bene a connaturare la morbosa storia dei coniugi, permettendo al paesaggio di essere il protagonista e di immettere in esso il sentire stesso della coniuge.
Le menzioni di Stefania Sandrelli s'innescano bene nel sistema di canali, creatisi tra le isole del mare e resi impuri dall'uso dei suoi visitatori. Se pensiamo che nel film "In fuga a Venezia" di Vivian Naefe (1998) la signora Charlotte Leonard, entrando nella camera dell'hotel Europa afferma "Qui c'è odore di sesso!" e lo stesso Indiana Jones in "Indiana Jones e l'ultima crociata" di Steven Spielberg ( 1989) va a Venezia a concedersi una veloce pausa sessuale con Alison Doody, a maggior ragione, possiamo affermare che ne "La Chiave" di Tinto Brass v'è già la visione di come sarà e cosa rappresenterà Venezia per l'ultimo ventennio del secolo scorso.
Dimenticata la sua storia, Venezia, diventa esattamente il luogo del morbo per eccellenza, dove le minzioni della Sandrelli non sono altro che la sua icona.
Quando questa città, tornerà ad essere vissuta ed usata non 'alla mordi e fuggi', ma con il corretto rispetto che si deve alla sua storia?


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