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[Racconti] Racconto erotico: Le Maschere dell'Amore

Alberto Maietta - 05.03.2007

Vinte le sue ultime incertezze, la tempesta scoppiò improvvisa, come i temporali d'estate, mentre giorni meravigliosi apparivano già all'orizzonte con i loro languidi torpori. Furono davvero giorni magici, pieni di calore, con sensazioni che non aveva mai provato prima di allora, sensazioni che scopriva, con sorpresa, essere state sue da sempre. Ma c'era qualcosa, o meglio qualcuno, fra di loro che impediva l'accendersi completo, fino in fondo, di quel desiderio, quel gustarsi morbido e vellutato di due amanti che non hanno ostacoli.
Bisognava eliminare l'ostacolo. Certo, non sarebbe stato facile, ma non c'era altro rimedio, l'unica soluzione per porre fine a quello stato di ansia che covava nei loro cuori, insieme alla paura del marchio infame e di una realtà che non sarebbe stata accettata da nessuno, tantomeno dal coniuge tradito: un segreto che non poteva essere diviso con nessuno, una realtà scabrosa da dividere in due, non certo per tre!
Il piano fu studiato a lungo e in tutti i dettagli: ad una prima analisi, non sembrò che presentasse punti deboli, ma si sa che l'imprevisto fa farte della vita e non c'è modo di prevederlo.
Per i primi periodi fu difficile rinunciare a lei, cercava di dimenticarla, ma tutto era inutile. Non potevano bastare le corse nei prati, le docce calde a sfamare le voglie di quel desiderio che ormai occupava tutti i suoi pensieri, per tutto il giorno, ogni istante, sempre.
Lei era in ogni angolo della giornata, sentiva il suo profumo caldo nelle notti diventate ormai insonni, il respiro dei loro incontri, che sembrava essersi perso nei labirinti di quel gioco maledettamente lungo a finire. Ma doveva resistere, non poteva mandare a monte ogni cosa, farsi scoprire ora che tutto sembrava procedere per il meglio, secondo il piano, adesso che l'opera di demolizione era avviata.
Certo, poteva andare per le lunghe, ma era in preventivo, di lei poteva fidarsi: era giovane, forte, ce l'avrebbe fatta. Lui, invece, era soltanto un tombeur in ribasso, un veliero alla fonda col cuore matto e non avrebbe perso certo l'occasione, anche se sarebbe stata l'ultima tempesta.
Gli erano sempre piaciute quelle avventure d'albergo, anche prima di conoscerla e, poi, lui se ne vantava, specie nei momenti di magra di quel matrimonio. Ne era orgoglioso di quei bay pass d'albergo o d'auto, soprattutto quando stava a raccontarne agli amici che lo prendevano in giro, spesso, per i cinque appuntamenti dati a cinque donne diverse nello stesso giorno e per le poesie regalate. Una volta, ad una cena, aveva detto che non avrebbe mai tradito la moglie in virtù di un principio morale - aveva sottolineato - ma erano note a tutti le sue sbavature per la ragazzina del corso di Filologia.
Sorrise. Di lui erano conosciute soprattutto le sbandate che si prendeva per le sue attrici, quasi sempre giovani, sode e quasi sempre occupate a saziare le loro voglie con ben altri e più giovani appetiti.
Sorrise. Sorrise ancora per quel suo hobby e di più per quella volta, quando lo avevano sorpreso con le mani fra le gambe dell'attrice protagonista. Di sicuro, aveva fatto grossa impressione nelle vesti di quel personaggio, in quella sua commedia che lo vedeva per tutti i tre atti quasi sempre sul palcoscenico, a linguettare dalla gabbia verso l'ombellico dell'attrice. Ma lui non avrebbe mai tradito la moglie, l'aveva detto, il regista.
Questa volta però era giovane, invitante e non poteva rinunciarvi, anche se il suo cuore batteva i colpi, anche se era soltanto un tombeur in ribasso.
Il tempo sembrava scorrere più lentamente del solito, ma il desiderio non conosce orologi,se non i battiti dei corpi che si cercano, quando le voglie diventano carne, ebbrezza del momento.
Il sapore del suo miele sgocciolava dalle labbra umide, per il desiderio che non trovava pace, se non nella monotonia delle carezze dell'amante. Carezze che ritornavano danzando lungo i contorni dei suoi fianchi, di notte, quando il contatto delle lenzuola diventava un angoscioso, crudele tormento, un singhiozzare stanco, soffocato dall'incedere del quotidiano che si apriva a più radiose speranze.
Cominciò a bere per raffreddare quelle voglie che si rincorrevano sulla pelle, nella vana ricerca di una fuga da quelle immagini di carne che si sporgevano dagli occhi, traditori.
Una sera, quando il desiderio divenne più forte, scivolò lungo i supermercati della notte a caccia di una giovane che la sostituisse, ma non ebbe il coraggio di avvicinarsi e così se ne tornò, rantolando sui suoi passi.
Si ubriacò di nuovo, scherzò coi pensieri, raschiando i sensi di colpa, le incertezze che si facevano pungenti, più stressanti. In fondo, lui ormai non era che un tombeur in ribasso, un transistor che si stava scaricando nelle spire di quei giovani appetiti, che lo prendevano ogni volta di più, inesorabilmente, avvicinandolo alla fine e poco importava se avrebbe sofferto ancora, poi l'avrebbe avuta per sempre, trascinata nel suo peccato, nel suo amore folle che poteva essere anche poesia, malgrado tutto, malgrado il pettegolare della gente.
Perchè era dolce quell'attesa, quel ribollire caldo del ventre che si preparava ad esplodere, slavando in ogni dove quel desiderio fino ad allora represso, che rispingeva. Era un desiderio ormai suo, che aveva già provato e al quale non avrebbe rinunciato, perchè lo sentiva fin dentro le ossa, sulla pelle, sulle labbra che divorava per allontanarlo. Allontanarsi da lei sarebbe stato impossibile, perchè ormai aveva superato il guado e di più il rimorso delle prime volte, quando ancora il pudore giaceva tra i loro corpi, in quell'alieno incontro che aveva incominciato la storia.
Quando il medico ne certificò la morte, non ebbe neanche il coraggio di sorridere, laggiù nella sua mente, ora che le campane suonavano a festa rintocchi di morte.
Era una felicità non manifesta, quasi triste, come quei discorsi degli amici o dei parenti, che al funerale lo avevano marchiato a fuoco per sempre, commiserando le sue ingenuità - presunte o tali - e le sue voglie troppo assopite. Perchè, ironia della sorte, la colpa era anche di lei e non proprio di lui che, in fin dei conti, non aveva fatto altro che cercarsi un pò di disordine alla monotonia di quel matrimonio, troppo rigido, grigio ed angusto per le sue voglie, al contrario, ancora giovani e rullanti. Per un pò, dopo la disgrazia, non potè vederla, caso mai a qualcuno non mancasse la curiosità della vedova, ma una notte la raggiunse e di nuovo la possedette e più di una volta e più di tutte le volte, in un luccicare di desiderio, giostrando coi corpi ed intrecciando le lingue, ormai libere di spaziare nell'inferno di quell'Amore, loro due soltanto, soltanto per loro. Dopo un pò di tempo, diede via la casa, ritirò i soldi dal suo conto e gli amanti si trasferirono in un'altra città, concedendosi prima un lungo viaggio, quasi una luna di miele, un piacevole contorno a quel meraviglioso e torbido amore. Comprò le rose, le sistemò aspettando qualche attimo prima di andare via. Sarebbe stata l'ultima volta che l'avrebbe vista, di anni ormai ne erano passati da dal funerale e i giorni s'erano rincorsi come sigarette, quasi senza accorgesene, ma non per lei, ancora giovane e bella nonostante i trent'anni. I suoi, invece, si contavano tutti, specie sul viso, fra le rughe, inutilmente imbellettate come coccottes dalle creme e dagli inganni della sua età. Diede un ultimo sguardo ai ricordi che trasudavano da quella tomba e si avviò per il viottolo verso il cancello che la riportava indietro, di nuovo.
Lei non c'era ancora, poi, la macchina si affiancò morbida: il cuore batteva come la prima volta, eppure sapeva che non c'era più niente da fare, lei sarebbe andata via quel pomeriggio,verso un nuovo e più giovane amore. Ma per quanto si sforzasse, non riusciva a provare nè odio nè gelosia per l'altro che se la sarebbe portata via per sempre, strappandola alle sue braccia, alle carezze, che per tanti anni l'avevano conosciuta fin dentro i più intimi pensieri, in quelle voglie che avevano costruito il loro amore.
-Ciao Laura, ho fatto prima che potessi, ma c'era traffico.
Lei sorrise,ricambiando il saluto, con lo sguardo velato di malinconia per quel sommerso amore che stava per svanire.
-Hai fatto i biglietti?
-Si, ci ha pensato Piero. A proposito, ti saluta.
-Sono felice. Piero è un bravo ragazzo, sarai felice con lui.
-Anche con te è stato bello, meraviglioso, non lo dimenticherò mai! Sono una piagnucolona, sempre a frignare. Scusami

Sorrisero.
L'auto ripartì incontro ai ricordi che ritornavano impietosi nelle loro menti, ricordi da abbandonare ormai sull'orlo dell'Addio. Lei, Laura. Lui, le sue mani, le sue voglie, quei mesi d'inferno con la paura di non farcela, senza un attimo per vedersi, con quel cuore che non si decideva a scoppiare, nonostante l'impegno del suo giovane corpo, vincendo anche il disgusto che provava per lui. Poi, finalmente, la fine dell'incubo: una sera, a quattro passi dalle puttane...lui, lei...Francesca e il cuore gli era scoppiato di botto!
Il resto non erano state che formalità da sbrigare: il ritrovamento del cadavere, le brevi indagini della polizia, il referto medico che attestava l'infarto, accanto ai pettegolezzi commiserevoli della gente per quel vecchio porco di periferia, troppo vecchio per fare l'amore e troppo giovane per quella moglie tutta casa e chiesa, grigia anche nei sorrisi.
La macchina si fermò. La vista del lago, quella quiete ed il sole al tramonto, come quel bacio dei due ragazzini, erano un suggello dolceamaro per quell'ultimo incontro, quando le loro labbra si incontrarono per l'ultima volta e le lingue ridisegnarono le geometrie spaziali dell'amore. Entrambe le donne si sorrisero, pensando che fra un anno, l'una sarebbe stata madre e l'altra la madrina di quel bimbo, figlio delloro torbido caldo Amore.


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