Giorgio Neri - 07.11.2007
Il primo film svedese ad essere censurato in patria nel 1973 mantiene tutto quel che dice nel sottotitolo. Una ragazza viene drogata, rapita e costretta a prostituirsi. Per punizione gli cavano un occhio e i suoi genitori, ricevendo delle false lettere piene di odio, si suicidano. Farà vendetta e strage su tutti. La protagonista di questo gioiello dell'hardcore e della crudeltà è Christina Lindberg, a cui Tarantino s'ispirerà per il personaggio interpretato da Daryl Hannah in Kill Bill.
L'attrice non parlerà mai per l'intero film, essendo stata da piccola violentata da un barbone. Ma il suo linguaggio si scatenerà proprio attraverso le azioni di vendetta che commetterà nella seconda parte. Infatti, il volto da bambina dell'attrice ben si presta ad interpretare una ragazza forzata a diventare una macchina da guerra, come a dire che l'innocenza primigenia in cui vive (la vita di campagna, il rapporto con i genitori) viene scardinata progressivamente per distruggerla del tutto: la ragazza verrà 'violentata' psicologicamente ad ogni prestazione nel bordello, sarà una tossicomane (lo sfruttatore così riesce a tenere con sé le ragazze), avrà un lungo trench nero, un fucile in mano e una benda all'occhio, estrema delineazione di un personaggio-simbolo che ha subito del male e adesso vuole offrirsi un riscatto. E se il colore della benda si abbina sempre a quello del vestito, serve per descrivere il deterioramento del personaggio: da rosa candido si passerà ad un rosso sangue e infine al nero della morte.
Il film, inoltre, offre delle scene hardcore molto pesanti: si susseguono clienti che la maltrattano, che le fanno foto, sequenze di lesbismo che non hanno niente di tenero, in un'atmosfera fredda e sporca. E i dettagli porno (controfigurati) sono meccanici esempi di atti sessuali senza passione, conclusi sempre con il lancio sprezzante del denaro che lei accumula per vendicarsi. Il regista esprime la capacità di figurare un lento cambiamento dell'anima del personaggio, ma descrivendone il gelido meccanismo di perdizione, l'abiezione totale di un mondo che non ha punti di riferimento positivi (i genitori suicidi, la ragazza che lavora con la protagonista uccisa, la cliente donna che la malmena come il più grezzo degli uomini); gli stessi poliziotti subiranno la stessa sorte delle vittime perché ostacoli al compimento della vendetta. L'hardcore viene così integrato nel corpus del film perché necessario ad esprimere il meccanismo industriale dello sfruttamento. La censura non capì all'epoca che il montaggio di tali inserti serviva per descrivere la ripetività di un lavoro alienante. La morbosità colpisce allo stomaco, soprattutto in relazione alla scena dell'estrazione dell'occhio, che innesca un discorso ben preciso: il sesso della pornografia legata al possesso di denaro e la violenza che lo costituisce rivelano dei meccanismi grezzi di sfruttamento della società e induriscono il cuore più ingenuo. Thriller è un film che non lascia spazio all'ottimismo o alla speranza che si possa uscire dall'abisso una volta entrati dentro di esso (l'esempio della droga). Non c'è via d'uscita, o meglio, la via c'è ma sarà costellata dal male subìto e dal suo ricordo, impresso nell'espressione sconsolata della Lindberg. Esemplificazione di ciò è la scena di un camionista che, per errore, le blocca la strada durante un'inseguimento e le fa la linguaccia: allora lei scende e gli spara. Non c'è più niente da ridere.
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