Giulio Ragni - 04.06.2008
Ricordare un cineasta obliquo a qualsiasi moda o facile concessione al mercato come Alberto Cavallone è un dovere, nel tentativo di riparare alla derisione prima, e al successivo oblio, al quale fu condannato questo geniale e sorprendente regista milanese.
Grazie al certosino lavoro di giornalisti come i fondatori della rivista Nocturno Davide Pulici e Manlio Gomarasca, oggi di Cavallone viene riconosciuta l'ostinata indipendenza, la visionarietà surrealista, l'oltranzismo estetico che ne hanno fatto l'autore più borderline del nostro cinema, eppure della sua opera ancora oggi poco o nulla è possibile vedere, diventando, oltre che uno dei più vergognosi casi di rimozione collettiva, uno dei più affascinanti enigmi della cinefilia contemporanea.
Profondamente anarchico, dotato di una cultura vastissima, inguaribilmente votato alla provocazione e a tutto ciò che è estremo, Alberto Cavallone ha realizzato una decina di film in cui i files rouges sono sicuramente l'eros e il corpo, che, ben lungi dall'essere un appiattimento stlistico-tematico, rappresentano gli strumenti con cui il regista ha analizzato i guasti del colonialismo, l'ottusità del Potere, l'inutilità di ogni ideologia (tanto cattolica quanto marxista), la mercificazione dell'individuo e l'annullamento della sua identità. Dopo il buon successo commerciale de Le salamandre, storia di un amore saffico a metà strada tra la pruderie vouyeristica, le tesi di Frantz Fanon sulla schiavitù, e il metalinguismo, Cavallone disperde tutto il credito guadagnato realizzando un pugno di opere - quasi tutte irrecuperabili al momento - simili a schegge impazzite, bizzarrie sperimentali talora sgradevoli e disturbanti, prove generali per quella che sarà la trilogia di pellicole maggiormente rappresentative della sua poetica.
Dopo l'imperfetto ma coraggioso Afrika - con una sequenza di stupro omosessuale fra le più scioccanti che si siano mai viste - e il minore Zelda, liquidato dallo stesso regista come uno dei tanti prodotti erotico morbosi dell'epoca, con Spell - Dolce Mattatoio (disponibile in dvd della Next Video) Cavallone inaugura un folgorante stile visivo dove la trama è un puro pretesto per una sarabanda allucinata ed ossessiva di immagine ermetiche, con un montaggio che procede più per analogia che non per sviluppo narrativo. In Spell assistiamo ad un girotondo di personaggi eccentrici e relative perversioni erotiche: il protagonista che fa collage di parti anatomiche su foto di modelle, la moglie pazza che mangia in bagno e beve l'acqua del gabinetto, la prostituta del paese che si concede alle autorità e legge fumetti porno, il macellaio represso che si sfoga su quarti di bue appesi, e poi ancora incesti, deliri visionari - la prostituta sdraiata sul tavolo da biliardo per farsi mandare "la palla in buca" - tra il Bataille della Storia dell'occhio e il Marchese De Sade, citati esplicitamente in due scene, l'occhio di bue nella vagina e il finale coprofilo.
Ancora più estremo è Blue Movie, con la protagonista Patrizia Funari che si spalma le proprie feci e ne riempie pacchetti di sigarette, e analogo trattamento riserva con la propria urina per delle lattine di coca cola: il collage visivo, con il contrappasso di scioccanti immagini documentaristiche - campi di concentramento, bonzi che si danno fuoco, etc. - si fa ancora più estremo, che unito a brevi flash hardcore, stridenti e frustranti, senza alcun climax narrativo e in totale antitesi ad un'estetica del porno, ne fanno il film più radicale di Cavallone, forse il film che assieme al Salò di Pasolini (di cui sembra un discepolo bastardo e infetto) e al Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato rappresenta il limite ultimo della visione possibile nel cinema, il confine (in)visibile del perturbante, l'abisso oltre il quale si spalanca il nulla.
Privo di alcun compromesso, l'opera di Cavallone si autoimmola all'invisibilità, infrangendo tutte quelle regole che gli avrebbero aperto una via, se non ad un circuito mainstream, quanto meno ad un maggior budget che gli permettesse di uscire dalle barriere di un cinema che voleva essere disperatamente avanguardia, ma che spesso, a causa degli esigui mezzi, era intrappolato nella produzione di serie C, in cui la provocazione e lo shock rimanevano più sulla carta che non sullo schermo.
Se gli ultimi film di Cavallone - Blow Job, praticamente dissolto nel nulla, lo stanco thriller La gemella erotica, la trilogia hard Baby Sitter, Pat una donna particolare e ...E il terzo gode - non aggiungono nulla a quanto detto, un discorso a parte merita Maldoror, girato a cavallo tra Spell e Blue Movie, e vivo unicamente nei ricordi di chi vi ha preso parte: si sa infatti che Cavallone ne approntò una copia lavoro, ma (per ora) è sparito senza lasciar traccia.
Ispirato ai Canti di Maldoror di Lautréamont, Maldoror secondo la sceneggiatura ed alcune foto di scena ritrovate, poteva essere davvero il capolavoro del regista, e le immagini, vive solo nella nostra immaginazione di spettatori, sono davvero un pugno in faccia al conformismo e all'ipocrisia del politically correct: un prete con un crocifisso a forma di pene che squarcia lo schermo, una ragazza che esce completamente nuda dal ventre di una mucca, ancora il prete, che invece di somministrare l'eucaristia, taglia la lingua ai chirichetti, torture sadomasochistiche e accensioni buñueliane, per un delirio immaginifico dove eros e thanatos non sono mai stati così prossimi, così vischiosamente interconnessi. Invece Maldoror è un film che non c'è, una reliquia di archeologismo cinematografico, uno dei segreti più misteriosi e meglio custoditi di tutto il cinema italiano, se non internazionale: un segreto che vale la pena di essere riscoperto, come il cinema di Alberto Cavallone.
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