Giulio Ragni - 15.10.2008
In un bel disco di qualche anno fa i Red Hot Chili Peppers cantavano la "californicazione" del mondo, ovvero il modello tutto apparenza, lusso e donne siliconate prodotto dall'immaginario della costa occidentale americana e proliferato come un virus nel resto del pianeta.
Oggi Californication è anche il titolo di un serial televisivo, approdato nella tivvù generalista in tarda serata dopo il passaggio obbligato della programmazione satellitare: racconta di uno scrittore che ha alle spalle un clamoroso successo editoriale (David Duchovny), ma è afflitto da una cronica sindrome da pagina bianca, con l'aggiunta di una relazione amorosa fallita e mai dimenticata, e una figlia adolescente per cui cerca di essere un padre modello. Il serial segue le (dis)avventure di natura sessuale e/o sentimentale del protagonista e di altri personaggi che gravitano nella sua vita, come l'amico editore che instaura con la segretaria una relazione sadomaso o la figlia decisamente spregiudicata del futuro marito della sua ex.
La durata delle puntate, più breve della media di prodotti del genere (circa mezz'ora), si rivela consona per la narrazione piuttosto minimal della serie - in fondo non vi sono grandi "avvenimenti" nella vita del protagonista - e riesce a far emergere nel corso degli episodi una serie di sottintesi e sfumature non banali, raccontati con buona dose di umorismo e linguaggio sessualmente piuttosto esplicito. Dietro un'apparenza snob e narcisistica - a chi davvero interessano i soliloqui di uno scrittore in crisi? - Californication parla dello struggimento della fine di un amore, della nostalgia del passato in contrasto con una contemporaneità sempre più imbarbarita ed anestetizzata dalla tecnologia, dello smarrimento dell'individuo al cospetto della folla.
La ricerca dello shock un po' programmatico delle prime puntate - il serial si apre con il protagonista che sogna di essere in una chiesa strafatto di marijuana con una suora che gli pratica una fellatio - lascia via via fuoriuscire psicologie ed emozioni dei personaggi, tra battute perfide - irresistibili alcune su Scientology, sui blog e in generale sui rapporti di coppia - scopate grottesche, che spesso terminano con incidenti o brutte figure, e malinconie esistenziali.
L'ex Fox Moulder di X Files David Duchovny, pur con la sua gamma limitata di espressioni, è perfetto nella parte dello scrittore sessuomane e depresso, una sorta di Charles Bukowski più trendy e fighetto, affiancato dalla brava Natascha McElhone e da una sconvolgente, per chi la riconoscerà, Madeline Zima: questa adolescente perversa e opportunista era infatti la piccola Grace nella sit com La Tata, artefice di una conversione decisamente scioccante, da angioletto biondo a lolita dark. Curiosità a margine: Duchovny è stato recentemente in una clinica per farsi curare una dipendenza da sesso, quando si dice l'arte che confonde la vita...
Un serial che ironizza sul sesso e sulla vita, ben girato e con quella punta di spregiudicatezza e di cinismo che caratterizza i migliori prodotti d'oltreoceano: Dream of Californication...
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