Rolando Attanasio - 01.12.2008
Torna la Porno Tax, prelievo fiscale aggiuntivo, che colpisce l'industria dell'eros più spinto. È una delle misure introdotte dal piano anti-crisi del governo, articolo 31. Non lieve: chi produce e commercializza materiale pornografico dovrà pagare un'addizionale del 25% sui redditi che ne derivano.
Ovviamente questo scatena tutta una serie di polemiche, la tassa fu introdotta dal deputato di Forza Italia nel 2002, Vittorio Emanuele Falsitta. Riproposta nel 2005 da Daniela Santanchè, questa tassa non è mai stata applicata, ora colpirà gli introiti del 2008. Colpirà prevalentemente i programmi a luci rosse e tutti gli spettacoli, produzioni DVD, televisive e Cinematografiche, dove c'è sesso esplicito e non quello simulato. E' ovvio che il governo, dopo la scuola, cerca continuamente di riuscire ad avere introiti grossi, da prelevare attraverso le tasse; ed è altresì ovvio che qui abbiamo un mercato fiorente, quello del porno, che l'Eurispes calcola intorno ai 900 milioni di euro di fatturato, ovviamente il grosso circola sui circuiti non legali e chiaramente non tassabili.
Ora il putiferio e lo scontro avverrà su un terreno prevedibile, e cioè, se è giusto o meno il fenomeno del porno. I giustificazionisti si schiereranno da un lato, contro la sassaiola dei moralisti che troveranno giusta tale tassa. Ma aprioristicamente, qualcuno si chiede perché esiste questo mercato? Certo, questa è la spia di un malessere sessuale-sociale; ma stranamente notiamo che la sessuofobia alimenta questo mercato. Allora siamo di nuovo al "cane che si morde la coda".
La società è malata e sessuofobica oppure violenta e sfacciata, ma tutto avviene contemporaneamente, e allora qualcuno lo ha capito, e si fa tanti bei soldini; e questi furbetti si trovano sia tra le file del popolo che tra i politici; con interscambi interessanti sul piano del profitto, è ovvio che per lo stato è necessario tassare e per gli altri invece produrre ed evadere, e allora si balla così da molto tempo orami.
E vorrei scomodare Rousseau che ci indica nel suo concetto di Contratto Sociale, dove la volontà generale produce e non può non produrre leggi; e ovviamente non vi potrebbero essere leggi, cioè le norme del corpo politico, se non vi fosse una volontà generale. Da qui il Contratto Sociale di Rousseau che assume vertiginosamente valore, in quanto contratto tra il popolo, un gruppo e lo stato; allora lo stato è degno di chiamarsi "Repubblica" afferma lo stesso; se e solo vi è di fatto il suddetto contratto.
Viene da chiedersi cosa sia il Diritto allora? Sappiamo che ci sono tantissime teorie storicizzate in merito e molte esperienze a partire dalla dichiarazione dei diritti costituzionali, ascrivibile ad una tappa fondamentale della storia dei diritti umani, approvata nel 1789 in Francia, nella quale si stabiliva l'uguaglianza di tutti gli uomini, e sanciva i loro diritti naturali. Ora, per diritti naturali intendiamo il diritto all'istruzione, alla casa, al lavoro ed al rispetto reciproco, oltre che al pagamento delle tasse, chiamata: "Déclaration des droits de l'homme et du citoyen", votata all'assemblea nazionale Francese. Hobbes, invece, intravede nel Diritto un ordinamento normativo coatto e con questo contenuto si sarebbero dovuti regolamentare tutta una serie di rapporti economici, di convivenza, sopravvivenza e quelli superiori di potere ( o rapporti politici ).
Quindi in ultima analisi Diritto e Stato sono due facce della stessa medaglia, compreso l'esercizio coattivo del potere superiore o politico e una determinata società. Ora la ricerca sullo stato moderno, filosoficamente è stata affrontata anche da: Locke, Kant, Hegel, Marx sino a Weber e a Kelser. E' ovvio che tutti convengono sulla necessità di un ordine, ma questo ordine per alcuni è rappresentato in un modo e per altri in un altro; le tasse bisogna pagarle, ma l'espletamento dei servizi e il ruolo delle classi operanti, e gli aventi diritto o meno, restano faccende ancora legate ad un fatto o ad un orientamento politico e filosofico del pensiero stesso o di una determinata classe sociale.
Quindi, nel caso specifico, mettendo da parte le citazioni, resta un dubbio atroce, è giusto far pagare la tassa sul porno o no? Al di là del senso di un astratto Diritto? Io credo che questa domanda non si sarebbe dovuta formulare, è ovvio che se il mercato del porno è ai massimi livelli economici, questo dimostra che c'è un interesse e quindi una domanda, e quindi una frustrazione o una mancanza, una deviazione degenerativa del concetto stesso di "sesso". Allora sesso è merce, e non ci meraviglia, visto che anche religione è spesso merce, pensiero stesso e rapporti umani. Allora l'origine del male è unica probabilmente, l'abbrutimento dei valori etici, che non sottintendono quelli piccolo-borghesi e giudicanti, ma quelli del gusto e della cultura, slegata da fattori accademici o cattedratici. La politica è il riflesso di un pensiero dominante, coacervo di una maggiorana dipendente dal sesso, non liberata ed emancipata ma abbrutita e imbarbarita dal consumismo o dal materialismo storico.
Allora che senso può avere il prendere stupidamente delle posizioni? Come hanno fatto Eva Henger e Rocco Siffredi, che senso può avere restare nella logica del Giusto e dello Sbagliato? E' difficile non prendere posizione, questo non per un sentimento Super Partes, arrogante o sprezzante, o peggio ancora moralista, ma perché è naturale che possa accadere uno stupido fraintendimento. Mi spiego meglio, il concetto di "imprenditore del sesso" o sesso come business, è contemporaneo, è ovvio che ci siano delle frange impreparate e leggi arretrate.
Un tempo, lo si faceva, vendeva etc. etc.,con ritmi, esigenze e stili diversi, non esisteva una riproducibilità, una tracciabilità e una vendibilità sul mercato che potesse creare un valore aggiunto sulla merce e farne un'industria autorizzata o di contrabbando.
E' anche chiaro che la tassa vuole colpire per rifocillare le sacche dello stato, in un momento di crisi, una crisi forse indotta? Ed è chiaro che i politici italiani in genere, da destra a sinistra, da centro a fondo, con tutti i privilegi che hanno creato per se stessi con manovre secolari e faziose, molto disdicevoli sul piano morale e discutibili su un piano di trasparenza, e ideologico, soprattutto riguardo all'Europa stessa e al mondo intero, non hanno più quella autorevolezza e credibilità di un tempo, per loro demerito evidentemente. Allora è giusto che si paghino le tasse, ma è altresì giusto che i politici non si aumentino lo stipendio a scapito delle nostre tasse. Allora il giudizio, sul diritto in questione, è complesso, figlio di un tempo controverso e mendace; se l'uomo non cambia non possono evidentemente cambiare altri processi.
Perché continuare a fare il piattello tra i politici corrotti e i truffaldini figli del popolo? O tra gli imprenditori del sesso e le puttane d'alto bordo? Che grazie alla contemporaneità hanno potuto ingaggiare notevoli somme che altrimenti si sarebbero sognate? Ma gli Italiani non sono certo i Francesi, siamo troppo provinciali per esporci direttamente credo, e per essere compatti in senso sociale e quindi affrontare il dibattito in merito con senso maturo.
( il riferimento non è da intendere nel senso di una morale piccolo borghese o faziosa )
Ad ognuno quel che si merita... no? Anche a noi, se intesi come popolo, visto che abbiamo perso quella naturale inclinazione al senso civico e alla giustizia poi, forse.
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