Giulio Ragni - 16.03.2009
Pochi tra i critici e gli addetti ai lavori la ricordano, eppure è stata una presenza fondamentale del cinema popolare italiano, apparsa come una folgorazione, una chimera, una visione onirica, nella prima metà degli anni Sessanta, e letteralmente dissolta come neve al sole ad appena trentacinque anni, abbandonando le scene di un cinema italiano ormai agonizzante, alla fine del decennio successivo: Femi Benussi si è conquistata con merito il titolo di attrice più spogliata del cinema italiano, perché la naturalezza con cui si è concessa nuda all'occhio della cinepresa non ha avuto eguali in altre sue colleghe dell'epoca.
Dotata di una bellezza non comune, questa interprete di origini slave, come un fiore delicato e gentile cresciuto in una terra arida e dura, è stata raramente protagonista, più spesso comprimaria, della nostra industria cinematografica, rivelando grande intelligenza e notevoli capacità recitative, una presenza ironica e sensuale al tempo stesso, fondamentale per accordare nel giusto tono una sceneggiatura altrimenti inerte, un segno dionisiaco imprescindibile per colorare di varie sfumature i ruoli spesso monocordi che i registi le affidavano. Occhi azzurro intenso, capelli lunghi e neri, sguardo perturbante e corpo da maggiorata, Femi Benussi aveva tutti gli ingredienti per conquistare il cinema dell'epoca, ansioso di liberarsi dalle rigide maglie della censura ed esplorare quei corpi fino ad allora costretti ad una negazione della visione sul grande schermo, e all'apice del successo, sciolse definitivamente le sue riserve nei confronti di un cinema che la voleva sempre spogliata, accettando l'oggettivazione filmica del corpo, arrivando a dichiarare che "più la donna è oggetto, più è arbitra del suo destino, più è oggetto e più riesce a vincere la sua battaglia nei confronti dell'uomo, a sottometterlo e ad aprirsi qualsiasi strada nella vita".
Protagonista di audaci scene erotiche, sia etero che lesbo, Femi Benussi si è distinta per la varietà dei generi cinematografici frequentati e quell'incontenibile vis comica che erano parte integrante non solo del suo personaggio, ma della sua stessa personalità: dunque donna oggetto ma anche donna soggetto, capace di ritagliarsi un proprio modo di esistere sullo schermo a dispetto degli stessi registi. Una sola partecipazione nel cinema d'autore, ma importante, in Uccellacci e uccellini al fianco di Totò e Ninetto Davoli, diretta da Pier Paolo Pasolini, ovviamente mignotta sottoproletaria, un'interpretazione magnetica e pulsante pur nella sua brevità; poi molte commedie sexy, molti decamerotici, qualche western e thriller (Il rosso segno della follia di Mario Bava), un indimenticabile noir (La mala ordina, capolavoro di Fernando Di Leo), alcuni erotici di dubbio gusto a fine carriera.
Sparita dalle scene e rimossa dalla memoria collettiva - a parte poche e purtroppo non significative eccezioni critiche - Femi Benussi a nostro avviso merita di riscattarsi dall'ingiusto oblio a cui sembra essere stata condannata, pur avendo avuto discreto successo all'epoca: più di altre sue colleghe aveva bellezza, talento e classe, più di tutte loro dovrebbe ottenere gli applausi scroscianti dai cultori del bis e del cinema italiano ormai segreto e dimenticato. In attesa che un Marco Giusti le dedichi lo spazio che le sarebbe più consono nello sdoganamento trash cinefilo - troppe volte superfluo e non necessario in questi ultimi anni - ci piace immaginarla come Gloria Swanson/Norma Desmond in Viale del tramonto di Billy Wilder, mentre scende le scale, magari seminuda, per la gioia dei nostri occhi e per la tenerezza nostalgica della nostra memoria, andando incontro al suo destino: non peoccuparti Femi, non è che non sei grande, è il cinema che è diventato piccolo.
Filmografia Essenziale:
Il boia scarlatto
Tarzana, sesso selvaggio
Il rosso segno della follia
Homo Eroticus
I giochi proibiti dell'Aretino Pietro
La mala ordina
Poppea, una prostituta al servizio dell'impero
Classe mista
La professoressa di lingue
La moglie di mio padre
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