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[Cinema] Battage pubblicitario e poca sostanza: Diario di una ninfomane

Erotix - 10.05.2009

Dalla fabbrica del cinema, una nuova merce già avariata.
La forma estetica, o sentimento del gusto, come direbbe Pietro Gonzaga nel suo " Del gusto e del bello" dovrebbe, parafrasando, essere in grado di interpretare il pensiero del pubblico e produrre per esso il prodotto più idoneo.
A maggior ragione, l'industria cinematografica, che produce capolavori più di cassetta che candidati a entrare in repertorio, dovrebbe saperlo. Eppure, davanti ad un film come " Diario di una Ninfomane" dello spagnolo Christian Molina, si assiste all'impotenza di creare un nuovo linguaggio.
Un tema come la ninfomania, cancellato solo nel 1992 dall'OMS tra le patologie sessuali, poteva finalmente, alla luce della generazione post rivoluzione sessuale degli anni settanta, che dovrebbe aver metabolizzato il cambio di parametri, poteva essere trattato, come sembrava dagli intenti della pubblicitari, con sottile gusto psicologico.

Del romanzo di Valérie Tasso, dove la componente psicologica che pervade Val, la protagonista, nel suo scrivere un diario a testimonianza del suo bisogno di comunicare attraverso il corpo, rimane ben poco. Se la fabula e l'intreccio vengono resi cinematograficamente da immagini, fotografia e montaggio simili alla pubblicità, il linguaggio cinematografico getta la spugna davanti alla rappresentazione filmica della psicologia, cedendo il passo al commento in voce off dei pensieri. La voce off, ampliamente utilizzata nei prodotti televisivi seriali per pubblico adolescenziale, mal si sposa con una realizzazione che, dato l'argomento trattato, si pone alla visione di un pubblico già maturo di esperienza sessuali, con le quali, può riflettere a sentimenti non maggioritari.
Val, figlia di buona famiglia, attraverso la scrittura indaga ciò che il suo corpo le comunica. Solo attraverso questo rapporto simbiotico tra il suo pensiero e il suo diario, la protagonista, prende consapevolezza della sua ninfomania che la porta ad un crescendo di situazioni per sperimentazione. L'ossessione per una pluralità di rapporti diventa un bisogno, poi una certezza, e infine una scelta consapevole.
Pose plastiche, clichè anni settanta e musica che sovrasta l'immagine invece che esaltarla, Geraldine Chaplin, riproposta come nonna (già visto nel film Melissa P). Peccato, poteva essere una proposta interessante.
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