Simonetta Angelini - 16.07.2009
I. io sono il signore dio tuo: sono dominus; II: non avrai altro dio al di fuori di me; III: avrai solo il silenzio di una bambola e il vuoto della sterilità; IV. Onora il tuo signore; V. Non rendere testimonianza; VI. Non desiderare se non ciò che io desidero; VII. Non commettere atti impuri.. se non per me...
Al complesso monumentale di S.Agostino, a Mondolfo, presentati da Cristina Muccioli, nove artisti del circuito SPAC per l' arte contemporanea della provincia di Pesaro sembrano declinare i comandamenti della fallocrazia secolare. Differenze profanate di una identità risolta per demarcazioni, per limiti, per sottrazioni, per gerarchie di genere, per negazioni. La dialettica è impositiva ed oppositiva
Il corpo della donna fatto segnale, territorio dichiarante e sconfinante, di riappropriazione sacra di identità.
Dis-organizzato, evocato per passività e riflessi, per spazi misurati geometricamente poi disordinati, per plastificazioni sintetiche, per vuoti a perdere, contenitore indisponibile, peccaminosamente catodico e catatonico.
Il video di Marco Bernacchia ha la prospettiva prossima, voyeuristica e perversa di chi viola. Una mano fruga, profana, masturba.
Pornograficamente perché unilateralmente. Il godimento avviene con sarcasmo e perversione da padrone. Uno stupro legnoso. Perché l'oggetto passivo è il tronco biforcato di un albero. Pare evocato remotamente l'assalto feroce di Apollo a Dafne e la sua metamorfosi arborea di resistenza. Come ricorda la curatrice Cristina Muccioli nel testo introduttivo in catalogo, l'albero nel mondo antico si declinava al femminile poiché è fruttifero, germina alla vita. Ma il dominus dice: " Che tu sia il mio inerte e muto oggetto sessuale.
Giacomo Carnesecchi analizza in pittura il luogo comune Chi dice donna dice danno . È la rappresentazione di uno spazio pensato e possibile, misurabile solo per vermiglie geometrie ed inclinazioni ripide, in cui esili figure, inconsistenti come proiezioni bidimensionali giacomettiane, fendenti come tagli oscuri, senza ombra né spessore, inventano equilibri precari e funambolici tra arcani ed ironici simboli. Il gioco irrisorio, il moto quasi da improvvisazione jazz della composizione, sembrano fare cortocircuito: il danno è il disordine, l'isteria come appartenenza atavica ed etimologica ad una identità uterina di rossi e di cicli, di eterno femminino sacro. Anestetizzato, negato. Dice il dominus: "Che tu sia il mio innocuo danno".
La pittura di Francesco Diotallevi sembra avere un moto di smembramento da piccolo, perfido killer seriale. Nel trittico, il corpo diviene cartoon dall'inconsistenza bidimensionale di una marionetta di carta componibile, manipolabile, intercambiabile. La testa staccata è quella di piccola medusa innocua e senza sguardo. Da consumarsi preferibilmente a piccoli pezzi di bambola zuccherosa. Con confettoso cinismo, il vuoto dell'anima è ribadito dal fondo sterile e viola come l'oblio, come la penitenza, come la narcosi ecclesiastica dei sensi. Dice il dominus: che tu sia la mia stella stellina, la mia fata senza favola.
L'installazione fotografica di Giovanni Gaggia pare un serpente tentatore che invada lo spazio: le immagini ironiche, come di caso giocoso, di cronaca domestica, hanno il disincanto levigato e artificiale della bambola per eccellenza, la perfetta Barbie. Misura e paragone della perfettibilità femminile, immutabile e immota nel tempo, diviene una icona quasi warholiana della sterilità di plastica, del moto compulsivo di chi colleziona corpi come feticci. Con stupidità seriale. Dice il dominus: che tu sia la mia bambola perfetta. Ma per-factum significava per gli antichi finito, cui nulla si può aggiungere. Dunque morto.
Il vuoto intorno, dentro, oltre. Nei lavori fotografici di Alessandro Giampaoli solo uno spazio indifferenziato, di un candore niveo. Abbagliante. Sembra inghiottire tutto, come nebbia lattiginosa da cui emergano ectoplasmatiche, minuscole e minute presenze. Come macchie contaminanti una perfezione inquietante, clinica, ospedaliera, infeconda. Dice il dominus: puoi abitare solo i vuoti, gli angoli, le estremità, stare fuori fuoco e fuori centro.
I due lavori fotografici di Barbara Nati hanno la leggerezza di una bolla di sapone, il soffio di una piccola creazione, la fragilità di una conquista nuova. Con levità inattesa l'artista riesce ad evocare i sottintesi della legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza e la tensione a riappropriarsi del proprio corpo oltre la funzionalità quasi macchinica dell'organismo e il ruolo di incubatrice. Nello stesso tempo l'artista celebra il rito pagano dell'ipocrita sacralizzazione di un corpo femminile apparente, espropriato e dato in sacrificio all'ecclesia televisiva. Dice il dominus: non avrai altro dio al di fuori di me, e il tuo corpo sia il contenitore del mio prezioso seme o il mio divertimento catodico.
In bianco e nero. La fotografia di Francesca Pazzaglia pare declinare le identità femminili e le loro diversità culturali composte in un dialogo muto, fatto di riflessi allo specchio, di pudore e sfrontatezza, di costrizioni palesi e celate, di libertà negate e concesse, di corpi esposti e nascosti che diventano politici perché territorio di esercizio di un potere, di parzialità, di antichi e comuni sapienze. Dice il dominus: solo al mio sguardo che ti da esistenza e ragione sarai santa o prostituta.
Dice il dominus: la decadenza è un dono che non ti è concesso. Ma Massimiliano Robino cita opere d'arte antiche come la Veritas di Tiepolo o manipola pittoricamente il busto della regina Nefertiti. La verità e il tempo divengono icone di senso, allegorie di una autenticità che sta nella decadenza e nella putrescenza della carne e nel mistero arcano dell'essenza dell'eterno femminino. La pittura è data a zone di colori caldi o di neri fondi. Come un disfacimento, come una mummia che all'aria dissolva, svelando l'essenzialità caduca della condizione umana.
Il corpo dato per parzialità e ingenuità, per misteri, per curve e ombre, per incavi sensuali e sottrazioni seduttive della pittura di Luca Sguanci sembra l' ultima strategia possibile. Con la spontaneità edenica e sacra di una venere e la consapevolezza di una sacralità feconda, liquida, creatrice, composta, eppur mobile come in un fremito d'attesa, di riconoscimento, di rinvenimento del sé attraverso la nudità che era degli dei.
Il corpo è resistenza. Corpus dominae. Sic est.
Scheda tecnica:
Titolo: Corpus Dominae
Autori: Marco Bernacchia, Giacomo Carnesecchi, Francesco Diotallevi, Giovanni Gaggia, Alessandro Giampaoli, Francesca Pazzaglia, Massimiliano Robino, Barbara Nati, Luca Sguanci
A cura di: Cristina Muccioli
Comunicazione e cura del catalogo : Sponge ArteContemporanea
Sede: Complesso Monumentale di S.Agostino
Inaugurazione: Venerdì 10 Luglio 2009 alle ore 21.00
durata: 10 Luglio - 2 Agosto
Patrocini: Provincia di Pesaro e Urbino, Comune di Mondolfo, S.P.A.C Sistema Provinciale d' Arte Contemporanea
Orario: Venerdì sabato e domenica 21,00 - 23,00 e su appuntamento tel. 0721 959677
Info: spongecomunicazione@gmail.com
Didascalie immagini:
- Giovanni Gaggia, Comprami, 2009, installazione, dimensioni variabili
-Marco Bernacchia, I Love The Trees, 2006, video digitale su DVD, 2.03 min
- Francesco Diotallevi, Stella Stellina, 2009, tecnica mista su tela, cm 60x60,
- Barbara Nati, Della legge 194, 2008, cm 60x30 supporto lastra piuma
Versione stampabile / Commenta questo articolo