Giulio Ragni - 06.09.2009
L'introduzione del Codice Hays per regolamentare i contenuti dei film, nel tentativo di evitare oscenità e oltraggi alla morale comune, produsse due conseguenze apparentemente antitetiche. Da un lato la libertà inusitata dei primi anni fu irrimediabilmente compromessa, costringendo gli artisti del cinema ad assoggettarsi al neo-puritanesimo; d'altro canto, questo stimolò la fantasia degli autori, che consciamente o meno, infilavano dove potevano allusioni di natura sessuale: fu così tutto un proliferare di simboli fallici e di pellicole che si affidavano a racconti metaforici per sublimare ciò che era evidente agli occhi degli spettatori.
Negli anni d'oro degli Studios prese forma il sistema dei generi, e seppure ovviamente nessuno di essi prevedesse l'erotismo, quest'ultimo diventò una sorta di corrente sotterranea che li attraversava un po' tutti, anche le tipologie di pellicole apparentemente più lontane: pensiamo ad esempio a un film come King Kong, capolavoro amato persino dai Surrealisti, in cui la metafora de la Bella e la Bestia assume connotazioni assai audaci. Ma fra tutti, il genere che più era capace di rappresentare l'eros era il melodramma, sia perché era il modus narrandi più idoneo per raccontare la passione distruttrice e la corruzione dei sentimenti, sia perché attraverso esso era naturale filmare l'atto più erotico che si potesse mettere in scena: il bacio.
Chiunque abbia visto almeno una volta Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore e la sequenza dei baci tagliati, sa quanto le censure di ogni tipo temessero questo momento topico: alcuni di essi sono entrati nella leggenda ed hanno addirittura contribuito allo smantellamento del famigerato codice, come quello fra Cary Grant e Ingrid Bergman in Notorius e quello fra Burt Lancaster e Deborah Kerr in Da qui all'eternità. Il bacio cinematografico doveva essere rigorosamente a labbra serrate - niente lingua per intenderci - ma proprio per questo riusciva ad essere incredibilmente erotico, stimolando la fantasia dello spettatore a proseguire con l'immaginazione quello che lo schermo non poteva mostrare; per rappresentare la passione poi, i baci erano ovunque, sul viso, la fronte, le guance, a sottolineare un impulso irrefrenabile, e anche il modo in cui gli amanti si parlavano, con le bocche ravvicinate, stretti in un abbraccio, contribuiva all'effetto erotizzante. E in tutto questo la costruzione drammaturgica era essenziale nel creare l'attesa, per raggiungere al momento opportuno il climax tanto agognato da pubblico.
Il bacio diviene dunque il simbolo della mitologia hollywoodiana, soprattutto nei suoi film più rappresentativi, quel mix di melò, noir, tragedia, talora Storia, di film come Via col vento, Casablanca, o ancora Gilda, con la sequenza in cui Rita Hayworth canta Put Blame on Mame, invitando il pubblico ad aiutarla a spogliarsi, forse l'apice assoluto del sesso immaginabile sul grande schermo.
In quest'epoca prende forma definitiva lo star system, in cui i divi del cinema diventano catalizzatori assoluti delle fantasie erotiche del pubblico: abbiamo così Humprey Bogart, il maschio per eccellenza con il suo mood cinico e romantico, ma anche Robert Mitchum, che ne rappresentava la versione sporca e selvaggia, o Cary Grant, la seduzione raffinata ed elegante, o ancora Gary Cooper e Clark Gable, i più esplicitamente virili. Ma sono soprattutto le donne a diventare il centro d'interesse su cui ruotano le allusioni sessuali, con la figura della femme fatale, la donna/demone distruttrice dell'uomo con la forza del suo sex appeal: capostipiti furono Mae West, soprattutto prima dell'avvento del Codice, e Marlene Dietrich, che tra l'altro fu anche la prima a baciare una donna, nel film Marocco. Ma come non citare Jean Harlow, famosa per andare in scena senza reggiseno - e leggenda vuole che si tingesse di biondo platino anche i peli del pube - che era solita chiedere al suo agente "quale ruolo di puttana avesse stavolta", o bellezze come la bionda Lana Turner e la bruna Ava Gardner, abbonate al ruolo di dark lady, come del resto Barbara Stanwick, che pur non essendo bellissima, ne La fiamma del peccato seduceva con un semplice bracciale alla caviglia, e naturalmente la già citata Rita Hayworth dalla celebre chioma rossa.
Inutile dire però che il mito erotico assoluto di tutta la storia di Hollywood è stato Marilyn Monroe, indimenticabile sia con il vestito rosso fuoco di Niagara che con la gonna sollevata dal vento della sotterranea nella leggendaria sequenza di Quando la moglie è in vacanza: consapevole di essere un oggetto sessuale ("se devo essere un oggetto simbolo di qualcosa, meglio che sia il sesso" diceva), icona intramontabile per la promessa di sensualità del suo corpo e il desiderio di tenerezza dei suoi occhi socchiusi, è stata invero una persona autenticamente infelice per tutta la sua vita, per aver accettato di prendere "cinquanta centesimi per la sua anima" da Hollywood e per aver desiderato tutta la vita di essere considerata soltanto un'attrice: come tutti i miti la morte l'ha colta nel fiore degli anni, rendendola eterna, senza che il tempo potesse scalfirne quel fascino che ancora oggi la rende l'emblema stesso del desiderio.
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