Giulio Ragni - 06.09.2009
Dici Josef Von Sternberg e pensi subito a Marlene Dietrich, la femme fatale per eccellenza dell'epoca d'oro degli Studios. I sette film girati insieme hanno contribuito a creare il mito erotico dell'attrice, ed hanno permesso al cineasta di origine viennese di scardinare l'estetica e l'etica hollywoodiana, attraverso melodrammi barocchi e sensuali, in cui grande importanza riveste l'uso della luce, capace di illuminare qualsiasi particolare del corpo e dell'anima, secondo la concezione teorica del regista.
Ambientazioni esotiche ed amori folli e disperati sono gli ingredienti delle fortunate pellicole dell'accoppiata, che potremmo considerare un blocco unico di sensualità esplosiva ed estetizzante, decadente e ricercata, che portano in piena luce sentimenti morbosi e autodistruttivi. Che fosse spia, ballerina o imperatrice, o ci trovassimo nella Spagna di Capriccio spagnolo, l'Africa di Marocco o la Cina rivoluzionaria di Shanghai Express, la rovina famiglie Marlene, madrina di una lunga serie di indimenticabili bitches della settima arte, è stata l'emblema dell'eros distruttivo, il motore delle frustrazioni e delle debolezze maschili, plasmata dalla sublime arte di Von Sternberg che ne inventò il fascino magnetico, trasformandola nell'Eterno Femminino dal carattere ambiguo e fatale; ma la diva fu a sua volta il lasciapassare della fortuna del regista, prima che questi dissipasse il suo talento litigando con tutti, produttori e colleghi, autocondannandosi all'oblio negli ultimi anni di vita. Un rapporto sadomasochistico il loro, che alternava amore folle e rancore rabbioso.
Eccessivo fino al delirio, il cinema di Von Sternberg frantuma la concezione hollywoodiana del melò con uno stile personale fatto di inquadrature sovraccariche e sature di oggetti fino all'estremo, un uso insistito delle dissolvenze incrociate al posto degli stacchi di montaggio, al fine di rendere più fluida e densa l'immagine, di personaggi grotteschi e situazioni sempre al limite del paradosso. Gli stessi temi ricorrenti della sconfitta e dello scacco individuale, della violenza del Potere, della dissoluzione morale, trovano il loro controcanto nelle pulsioni e nelle logiche del desiderio che governano i comportamenti dei suoi personaggi.
L'immagine simbolo di Marlene che ne L'Angelo Azzurro canta a cavalcioni di una sedia con amorale sensualità nello sguardo, portando alla distruzione il maturo professore interpretato da Emil Jannings, è il segno epitome dell'erotismo sternberghiano, capace letteralmente di illuminare il buio con il suo tocco d'autore, un cinema di luce che getta uno sguardo in profondità sugli abissi dei sensi e sulla tentazione del peccato.
Il suo film imperdibile:
L'Angelo Azzurro
La scena cult:
Marlene Dietrich che insegue nel deserto Gary Cooper con i sandali da sera in mano in Marocco
Versione stampabile / Commenta questo articolo