Giulio Ragni - 18.09.2009
Pochi registi nella storia del cinema sono stati così perversi come Alfred Hitchcock. La polverosa definizione di "maestro del brivido" rischia di offuscare le numerose e complesse traiettorie critiche della sua opera, in cui la passione amorosa svolge un ruolo determinante: basti ricordare che per decenni la palma di bacio più lungo e sensuale della storia del cinema è andata a quello scambiato tra Cary Grant e Ingrid Bergman nel suo capolavoro Notorius, e che dietro ai delitti e ai misteri dei suoi film spesso ci sono di mezzo la passione e l'amore, quell'amore capace magicamente di aprire sette porte in infilata, come da felice metafora, in Io ti salverò. Come vedremo la sensualità in Hitchcok, come per altri versi il sense of humour, attraversa in understatment, sottotraccia, molte delle sue opere.
Dopo il propedeutico apprendistato inglese, giunto in terra americana Hitchcock poté dare libero sfogo alle proprie ossessioni, aggirando sempre con insuperata maestria le rigide imposizioni della censura: fu ad Hollywood che il regista inglese poté finalmente mettere in scena il proprio modello erotico femminile, la donna algida e bionda stile "ghiaccio bollente", incarnata sullo schermo di volta in volta dalle varie Grace Kelly, Doris Day, Eve Marie Saint, Kim Novak, Vera Miles o Tippi Hedren. All'interno dei quattro grandi macrogeneri che racchiudono la sua sterminata filmografia, il terreno fertile in cui possono germinare le ossessioni hitchcockiane è ravvisabile principalmente nel thriller dalle inclinazioni sadico-morbose e nel melodramma a sfondo psicanalitico; ma sorprendenti allusioni erotiche le riscontriamo anche nella commedia giallo-rosa - i baci improvvisi e appassionati di Grace Kelly in Caccia al ladro, e la rappresentazione dell'orgasmo con l'esplosione dei fuochi d'artificio nello stesso film - e persino nella novella spionistica - l'ardita ellissi di Intrigo Internazionale in cui i due eroi sono in pericolo sul Monte Rushmore al finale con il treno in cui viaggiano i due protagonisti innamorati che entra in una galleria, che lo stesso regista indicò come esplicito esempio di metafora sessuale.
Fu Hitchcock in qualche modo a segnare l'inizio della fine del Codice Hays con Psyco, in cui la famigerata scena della doccia, preceduta dalla vouyeristica inquadratura di Anthony Perkins che spia la fanciulla, suggerivano allo spettatore una violenza a sfondo sessuale: quando nel 1972 il regista girò il pur ottimo Frenzy in una Hollywood ormai libera da costrizioni, la messa in scena esplicita di sangue e nudità del film evidenziò come l'autore avesse espresso il massimo della sua genialità proprio quando aveva delle regole da eludere, a conferma che nel cinema, spesso, i limiti e le pressioni aguzzano l'ingegno. Se infatti scavassimo in profondità l'opera hitchcockiana, vedremmo come tra le righe i suoi film parlino della triade sesso/delitto/matrimonio (Il Sospetto), di passione distruttiva (Il caso Paradine), di omosessualità repressa (Nodo alla gola), di allusioni incestuose (L'ombra del dubbio), di scopofilia (La finestra sul cortile), di frigidità e stupro (Marnie), e di necrofilia (La donna che visse due volte).
E proprio La donna che visse due volte può essere considerato il vero punto di non ritorno del suo cinema, girato sotto il segno del vortice e dell'ellissi (Vertigo è difatti il ben più suggestivo titolo originale), in cui tutto, dal ritmo compassato dei pedinamenti alla coraggiosa infrazione drammaturgica a due terzi del film, vuole evidenziare l'ossessione del protagonista - interpretato non a caso dall'uomo comune James Stewart e non dall'affascinante eroe Cary Grant - per una donna che esiste solo nella sua mente, amata e creduta morta: e solo dopo due ore di visione noi spettatori capiamo davvero di aver parteggiato per un eroe necrofilo, che ha trasformato una donna in un feticcio, accompagnandoci con lei verso quell'ultima scalinata che conduce al baratro della perdizione.
Il suo film imperdibile:
La donna che visse due volte
La scena cult:
Il bacio fra Cary Grant e Ingrid Bergman in Notorius
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