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[Cinema] Moana e la nuda verità

Michela Alesi - 05.12.2009

Prodotta da Polivideo e intitolata semplicemente ‘Moana', andata in onda l'1 e 2 dicembre -in prima serata e rigorosamente vietata ai minori di 14 anni- la fiction, la cui regia era stata affidata in un primo momento a Cristiano Bortone ma poi passata in corso d'opera ad Alfredo Peyretti, ripercorre la vita della pornostar, in bilico tra la trasgressione del set a luci rosse e il perbenismo dell'alta borghesia a cavallo tra gli anni '80 e '90.
Nella coralità di un cast straordinario –da Fausto Paravidino (il manager Riccardo Schicchi) a Michele Venitucci (il marito di Moana, Antonio Di Ciesco), la bellezza di Moana rivive in una straordinaria Violante Placido che confessa la sfida affrontata nel dover rendere con estrema credibilità le molteplici sfaccettature di una donna tanto complessa, divisa tra gioia di vivere e tormento interiore. Mirabile la sua capacità camaleontica di entrare visceralmente nel personaggio, mutuandone lo sguardo, i gesti, la voce, la cadenza nel parlare: sorprendente il coraggio nell'esporre il proprio corpo con mellifluo trasporto nelle scene d'amore e con rigorosa professionalità nelle scene di sesso.
Violante Placido dà voce, con energia esplosiva, a una Moana tanto solare e spensierata quanto intelligente e tormentata per una scelta di vita in netto contrasto con i valori della sua famiglia: emerge una donna consapevole che l'immagine del suo corpo sarebbe andata a discapito della sua essenza, del suo intelletto, della sua sensibilità perché gli italiani a fatica sarebbero riusciti a staccarle l'etichetta di ‘pornostar'. Emerge una donna con un grande rispetto del proprio corpo nella strenua difesa di preservarlo nella bellezza e nell'integrità, nonostante il lavoro, senza trascinarlo nella volgarità o nel cattivo gusto. O nel deperimento e nella sofferenza della malattia.
A discapito delle varie contestazioni delle quali è stata oggetto la fiction - dalla causa intentata da Cicciolina, al commento critico di Schicchi su alcune licenze creative, alla mini-serie spetta tuttavia il grande merito di aver esplorato con delicatezza l'aspetto più vero e intimo di Anna - questo il suo primo nome di battesimo- e Moana: Anna che è la ragazza di provincia, educata, di cultura e di estrazione borghese, profondamente cattolica e Moana, la ragazza dalla prorompente bellezza che inizia ad esibire il proprio corpo senza pudori, sfidando le convenzioni e i moralismi della società.
La fiction fa emergere un ritratto di Moana di vibrante bellezza, quasi una mistificazione che non ci si sente di negarle perché l'amor sacro e quello profano si sono stemperati nel libero arbitrio fra l'essenza della libertà –in una scelta ardita e anticonformista- e il senso di colpa nell'averla assecondata causando la rottura con il mondo degli affetti. La sua vera bellezza è stata nel costruire la propria immagine con intelligenza e buon gusto, è stata nella sua fanciullesca fragilità, nel suo potere di trattare tanto con i potenti quanto con le persone comuni.
Nel fare del suo fascino sofisticato la vera arma di erotica seduzione.


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