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[Cinema] Erotiche Visioni - L'era contemporanea e la nuova pornografia d'autore

Giulio Ragni - 02.01.2010

Giunti a dare uno sguardo sulla produzione contemporanea, quello che emerge è una realtà piuttosto variegata, in cui il nuovo erotismo d'autore si nutre sempre più del linguaggio della pornografia, mettendo in scena sesso esplicito senza pudori e con la voglia (spesso) di scandalizzare.
Metabolizzato e standardizzato, il nuovo cinema erotico, sempre più estremo e provocatorio, ricerca lo shock sistematico per attirare i media ed un pubblico che altrimenti diserterebbe le sale, alimentando l'illusione di un'esperienza sconvolgente, che il più delle volte si rivela una delusione: è questa l'epoca degli scult, neologismo per indicare potenziali film di successo che si rivelano dei bidoni clamorosi - e quanto ci sembrano lontani adesso la poetica violentemente carnale di Paul Verhoeven, la morbosa autenticità di Maîtresse di Barbet Schroeder o la goiosità quasi hard di Betty Blue di Jean-Jacques Beinex, ultimi scampoli di erotismo dalla forte valenza estetica, sociale e culturale - come il cinema del franco-argentino Gaspar Noé, autore di Irréversible, famigerato per l'interminabile stupro sodomitico che vede vittima Monica Bellucci, il quale è solito riempire i suoi film con falli eretti, pompini non simulati, violenza gratuita, persino soggettive di vagine - inutile dire che quello che si vede da tale prospettiva è il miglior attributo possibile per definire la sua "poetica" - il tutto mescolato con dialoghi terribili e incalcolabile presunzione.
Proprio la Francia è la patria di questo nuovo cinema erotico, dalle provocazioni porno bressoniane del regista filosofo Bruno Dumont alla filmografia spesso altrettanto insostenibile di Catherine Breillat, passando per Baise Moi - sorta di versione hard di Thelma & Louise - e il tremendo Pola x di Leos Carax; ma nel resto d'Europa non va certo meglio, da Idioti e Antichrist di Lars Von Trier a Song 9 di Michael Winterbottom, dal sopravvalutato Intimacy di Patrice Chéreau a La Pianista di Michael Haneke, da Canicola di Ulrich Seidl al pastrocchio Brown Bunny di Vincent Gallo, famoso unicamente per il blowjob finale non simulato, e anche in America non mancano esempi come il cinema morboso e viscido di Larry Clark e dei suoi adolescenti arrapati, e il queer oriented James Cameron Mitchell di Shortbus, pellicola che ha almeno il pregio di avere momenti divertenti, una rarità in una produzione legata all'ormai stucchevole connubio eros e thanatos. Fra gli italiani infine segnaliamo Giada Colagrande, Davide Ferrario con Guardami, e il bizzarro Uncut, 78 minuti di inquadrature del pene non eretto del noto attore hard Franco Trentalance.
Le origini di questo decadimento del cinema d'autore possono essere rintracciate nella degenerazione della libertà stilistica e della vis provocatoria che animava gli anni Settanta e parte del decennio successivo, in cui erezioni, masturbazioni, fellatio, erano detonatori di istanze sociali e politiche: svuotate della loro portata universale, e ripiegate verso un intimismo poetico, è come se queste provocazioni avessero perso la loro funzione semantica. Tutti questi film e registi utilizzano topoi e meccanismi dell'hard nel tentativo di mettere in scena frammenti di vita rubati dalla realtà, inserendoli in un contesto filmico che si trova a riflettere sul porno, a sfruttare gli attori del porno e il suo linguaggio semiotico, ma senza possederne lo spirito godereccio, né avendo in alternativa la capacità di rinnovare i propri stilemi autoriali, scontentando così il pubblico di entrambi.
Una parziale inversione di tendenza proviene dal cinema orientale, che riesce ancora a mostrare un'originalità espressiva fuori dal comune: le novità più interessanti vengono dalla Cina, paese in cui la censura è ancora molto forte, dove si innesta la filmografia di un autore dissidente come Lou Ye, che in Summer Palace e nel meno riuscito Spring Fever mette in scena la rivolta politica del suo paese attraverso la sessualità dei suoi protagonisti, rappresentata con brutale realismo; ma anche Lost in Beijing di Yu Li infrange molti tabù nel raccontare sesso e sentimenti nella megalopoli cinese. Il Giappone comunque non è da meno, con l'estremo Takashi Ishii, erede della tradizione pinku, in cui però lo stupro e la violenza sono messi in scena ora con sgradevolezza, ora con sottile eleganza erotica, in pellicole come Freeze me e Il fiore e il serpente; ma il più estremo e visionario di tutti si chiama Takashi Miike, che tra lolite ermafrodite, donne che si mungono i seni, oggetti fallici inflati nei posti più impensati, vince la palma del più folle e malato regista contemporaneo: inevitabile che divenisse di culto.
Il problema sta forse dunque nel concetto di tabù: paradossalmente dove vige ancora una forte censura, sia essa politica o morale, la volontà di infrangere le regole produce un cinema capace di essere decisivo nell'immaginario collettivo, laddove vi è invece una sostanziale libertà, e in cui il tabù è solo di facciata - pensiamo alla "doppia morale" tipicamente italiana - il ricorso alla provocazione finisce inevitabilmente con il girare a vuoto.


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