Giulio Ragni - 02.01.2010
Odiata in egual misura dal pubblico maschile e femminile, il cinema sgradevole e urticante di Catherine Breillat rappresenta in maniera emblematica tutte le contraddizioni della cinefilia d'autore contemporanea, che utilizza un linguaggio esplicito su cui misurare, attraverso il corpo, denudato e sviscerato in tutte le sue funzioni organiche, le proprie ambizioni poetiche, sociologiche e psicanalitiche, risultando spesso e volentieri pretenzioso.
Tutto questo si ritrova perfettamente nella poetica neo-femminista (o post femminista) della spigolosa regista francese, autrice di film scandalo di cui però non si può non riconoscere la tenacia stilistica e la coerenza estetica. Sin dal censurato esordio de L'adolescente, la Breillat ha raccontato in maniera molto dura e sempre sul filo dell'hardcore l'universo femminile, alla disperata ricerca di emozioni sincere e inusuali nel lavoro con gli attori, provocandole una fama sinistra tra gli addetti ai lavori (e d'altronde da lei stessa confessata nell'autobiografico metacinema di Sex is comedy): l'uso insistito del piano-sequenza e il realismo delle scene di sesso sono alla base dei suoi film più controversi, come il dittico formato da Romance e Pornocrazia, entrambi con il pornodivo Rocco Siffredi in ruoli secondari, film che nascono dall'urgenza di raccontare la relazione uomo/donna con accenti pessimistici se non addirittura disperati.
Numerose e abbondanti le sequenze shock dei suoi film, le fredde e ultra realistiche inquadrature di amplessi e penetrazioni, gli accostamenti brutali da montaggio di stampo sovietico - come il cumshot sulla pancia nella sequenza dell'orgia di Romance collegata al gel utilizzato per monitorare il feto nella scena successiva - le irritanti provocazioni sulla verità del corpo femminile - la scena del tampax assorbito nel bicchiere d'acqua e poi bevuto dai due protagonisti di Pornocrazia - in cui è arduo parlare di erotismo, quanto piuttosto di un utilizzo dell'erotismo per le proprie finalità poetiche.
Se molto nelle pellicole della Breillat appare artificioso e assai poco digeribile, restano scampoli di cinema verità tanto brutali quanto di rara efficacia, soprattutto quando affronta il tema della perdita della verginità e della scoperta del proprio corpo, affrontata più volte e sempre dal punto di vista femminile sia nel già citato L'adolescente, che in Vergine taglia 36 - con la sequenza tagliata di un pompino fuori campo che si conclude in un quasi soffocamento da eiaculazione - e in A mia sorella!. La sessualità femminile, indagata, negata, sofferta o subita, diventa per la regista un mezzo per l'esplorazione di sé e del proprio inconscio, una sorta di eterna e perturbante seduta psicanalitica: ad ognuno i propri demoni, e quelli della Breillat, disturbanti, provocatori, insostenibili, si possono amare od odiare senza mezzi termini, ma non lasciano indifferenti, e portano dentro di sé la pesante eredità di un cinema d'autore soffocato dall'afasia e dall'incapacità di rinnovare i propri abusati stilemi.
Il suo film imperdibile:
L'adolescente
La scena cult:
L'iniziazione al sadomaso in Romance
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