Rolando Attanasio - 26.01.2010
Una mostra da non perdere su un artista, autodefinitasi "Outsider", fino al 14 Febbraio 2010 al Pac di Milano. Kusama cerca di riprodurre all'infinito, in maniera ossessiva alcune impressioni che ha sul concetto di moltitudine, infinito e tempo-spazio.
Nel suo video famoso: Self Obliteration ( 1967), posto al primo piano del Pac, l'artista affronta tutta una serie di tematiche a lei care. Dall'apparizione in maniera consequenziale di pitture che circoscrivono, per lo più, uno spazio di particelle che possono essere: atomi o particelle infinitesimali; ad uno sguardo sul macro, sul cosmo che è ripetizione anch'esso. Il Pac ci mostra il suo video e le sue istallazioni, pitture, che cercano di decodificare il linguaggio dell'universo dentro e fuori di noi. Questa riproducibilità, come codice, di cui l'artista se ne appropria e ne fa un linguaggio del segno un qualcosa da mostrare, da appiccicare ovunque e da ritrovare nel rapporto uomo-natura ma anche nel sesso, in un panteon di colori, macchie, atomi. Un flusso che è anche moltitudine di uomini che corrono o che si accoppiano in maniera tribale, evocando primitive orge catartiche. Un Artista che sceglie di non seguire alcuna corrente, vive e lavora a New York, si lascia trasportare solo dal suo fiuto, dalla sua mania ossessiva di lavorare, senza porsi nessuna domanda in più. Sempre nella sala del video, al primo piano, dove ci si può accomodare su cuscini o sedie poste all'uopo, le musiche scelte ricordano la sperimentazione musicale, psichedelica, propria di quegli anni, un riferimento ad Ummagumma dei P.Floyd che viene accompagnato da una sorta di mantra orientale, che crea un ambiente da sogno liquido in cui smarrirsi piacevolmente. E' la storia dell'umanità? Non c'è disagio alcuno ma solo: fusionalità; non c'è degenerazione ne denuncia, ma solo: continuità fluida.
Nel corridoio centrale, abbiamo invece: Passing Winter 2005, la scultura mostra un altro tipo di approccio alla visualizzazione dell'infinito, attraverso il continuo uso degli specchi che divengono poi caleidoscopi, Kusama visualizza l'infinito e cerca di contenerlo, un effetto forte e dal contenuto poetico sublime, dove lo spettatore può perdersi nel paesaggio, insieme alle luci, che sembrano stelle nascenti, che si perdono fino all'infinito, da noi all'infinito e dall'infinito a noi. L'imperativo per Kusama è quello di dimenticare se stessi, smaterializzandosi nel tutto, annullare la personalità. Diventare parte dell'ambiente circostante. E' ovvio che il culmine non è altro che la disintegrazione dell'io e la scoperta di un Se che è parte del tutto ed è qui che l'artista diviene tutt'uno con la sua opera d'arte. Quindi l'idea, in questo caso è superiore rispetto all'oggetto stesso in questione, all'opera d'arte stessa.
Kusama fa spesso uso di fiori nei suoi lavori, come oggetto trasfigurato di una sensualità femminile, che irrompe dolcemente e improvvisamente a sua insaputa, secondo me. Il ciclo Infinity risale agli anni 50 a New York, dove si era trasferita come giovane artista, ecco il tentativo di una trasmissione trasfigurata del minimalismo astratto, per poi via via prendere, col tempo, la strada di forme psico-morfe, amebe su monocromie che riportano anche qui la traccia di un'unica ossessione per la mortalità dell'uomo, la solitudine e in definitiva il vuoto. Alcune sfere di metallo, vendute a New York dall'artista stesso per appena due dollari, invadono lo spazio adiacente il giardino,l'opera in questione è: Narcissus Garden, risale al 1966 circa.
Commenta questo articolo