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[Racconti] La Mano II parte

Federico Mattioni - 30.01.2011

Decido, in ogni caso, di non scendere e di fare su e giù, da un capolinea all'altro, tant'è che l'autista decide di domandarmi se c'è qualche problema, ma io rispondo che non c'è motivo di preoccupazioni.
Al ritorno a casa ho quasi la sensazione di essere seguita e fino all'ascensore, conservo un minimo di disagio unito allo stupore per il mio stato di continua eccitazione.
Quella mano gelida ha provocato in me un risveglio dei sensi, un po' come quando in primavera tutto si risveglia e sembra tornare alla vita.
Trascorro una notte agitata e non riuscendo a dormire, inizio nuovamente a masturbarmi, infilando due e persino tre dita dentro la mia vagina. Alcuni maschi la chiamano fica, ed è forse la parola stessa che provoca in loro lo stato estremo d'eccitazione, vale a dire una piena erezione.
Forse non ho mai visto un pene eretto e questo è fonte di dispiacere, attualmente, per il mio corpo.
Chiusa nel mio letto, e con lo sguardo rivolto verso la sveglia, conto i minuti e poi le ore, prima del momento della partenza.
Decido di prendere il tram allo stesso identico orario del giorno prima, così arriverò puntuale al lavoro nella speranza d'incontrare di nuovo l'uomo dalla mano gelida. Il tram, come al solito, è gonfio di persone che scalpitano per un po' di spazio. Fortunatamente non c'è il caldo torrido del giorno prima e così, infiltrandomi in mezzo a quella massa di persone, soffro meno. La sensazione veemente di piacere che riesco a provare, non appena entro in contatto con il corpo di un uomo, è sorprendente. Egli mi osserva davanti a me, io gli sorrido appena. Attaccati l'un l'altra, cerco di sfiorargli la mano, quasi alla ricerca di quella sensazione splendida che ho provato il giorno prima, ma la sua mano è calda. Così, ogni uomo che si avvicina al mio corpo non somiglia affatto a quel tipo di contatto che ho potuto avere. Quasi disperata, mi accingo ad andare al lavoro, piuttosto sconfortata.
Arrivo in ufficio e il mio capo, guardingo come sempre, denuncia immediatamente il mio stato piuttosto affannato.
"Questa insonnia proprio non vuole cessare di logorarti, non è vero"?, afferma con convinzione e con un pizzico di furberia.
Non sapendo cosa rispondergli, mi avvio verso il mio studio per sbrigare il più in fretta possibile le pratiche del giorno. Le segretarie si affacciano per guardarmi, sospettano che tra me e il capo ci sia una relazione, o forse loro stesse ne hanno già avuta una.
Poco dopo, presa dal lavoro, con la mente sempre a pensieri erotici, ecco il mio capo entrare, per cercare una pratica.
Durante la sua ricerca noto con piacere che la sua grande mano sinistra è poggiata proprio sul mio banco, e piegato in avanti, distende ancora di più il palmo, fino a sfiorare il mio corpo. Poi, una volta rialzatosi da lì, e vedendomi piuttosto confusa, cerca d'invogliarmi al lavoro con una forte pacca sul sedere, ed è proprio in quel momento che dentro di me avverto di nuovo quella sensazione di piacere.
La sua mano era fredda e grande e prosperosa come quella dell'uomo del tram, ma non si trattava di lui.
Alcune gocce di sudore scendono giù dal sesso, fino a toccar terra, nel momento in cui esce dal mio studio.
In fondo, la sua mano è l'equivalente dell'altra.
Per me restano due sconosciuti, fin quando non possederò almeno uno di loro. Bando ai divieti, il mio corpo ha bisogno di sesso ed una mano, come tante, anche se gelida, è stata in grado di farmi risvegliare da un vecchio letargo.
Sicura di me stessa, riprendo le forze per terminare il lavoro, sbrigo le pratiche giornaliere, e decido di andare, senza tornare a casa per pranzo, in un sexy shop.
All'interno del negozio, entro con un po' di titubanza, tant'è grande e variegato l'interno: hard-movies, vestiti sadomaso, vibratori, mascherine, eccetera. Il proprietario mi segue con lo sguardo, e dopo un giro frettoloso, decido di avvicinarmi a lui per rivolgergli la fatidica domanda: "Avete una grande mano di plastica, morbida, ma piuttosto fredda, anzi direi gelida... per caso"?. L'uomo mi guarda con stupore e dopo un attimo di esitazione: "Mi scusi, ma queste cose non le abbiamo mai avute ma posso comunque informarmi se si potrebbe fabbricare". Al che, al momento del saluto, decido di stringergli la mano per ringraziarlo, e la sua stretta è talmente forte da non permettermi di ritirarmi e come un vulcano, l'uomo, erutta su di me tutta la sua furia sessuale. Si getta sul mio corpo, facendomi cadere sul pavimento. Mi toglie le vesti senza moderazione, s'infila in mezzo alle mie gambe sbottonandosi i pantaloni con inaudita furia. Gli lascio fare tutto, non ho più remore, sento solo il bisogno di essere finalmente posseduta. Con solo l'intimo indosso e con la sua lingua che mi attacca in ogni punto vicino del mio corpo, chiudo gli occhi. Invasi dal calore e circondati da oggetti di plastica e da forti immagini sessuali, ci rotoliamo sul pavimento, fra risate e piccole grida. Gli chiedo di penetrarmi, perché non resisto. Anche se l'uomo non è certo il mio tipo ideale, sento che con lui potrò provare molto piacere, il suo grande pene, di carne, somiglia a quella mano, che furtiva, mi recò il giusto piacere per la svolta attuale. Turgido e lungo come uno stantuffo, mi penetra, allargandomi la carne interna, invadendo e violando la mia privacy interna. Non resistiamo a lungo, tant'era forte il desiderio, ma decide di eiaculare sul mio viso e poi su tutto il mio corpo. Schizzi caldi di sperma mi violentano dolcemente, mentre lui si accascia come morto a terra, accanto al proprio banco da lavoro. Circondati da immagini di plastica e dal grande caldo, restiamo così, ancora nudi, per un'ora almeno. Fino a quando, il suono del campanello, di un nuovo cliente, non ci fa sobbalzare.
Solo uno sguardo tra di noi prima della sua promessa della fabbricazione di una fredda mano di plastica, simbolo dei miei sensi, privi della rara virtù di una donna.


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