Federico Mattioni - 30.01.2011
Insabbiati fino alla testa. Non riuscivamo a respirare. La sabbia entrava nella bocca e nelle narici, eppure continuava a crescere. Si faceva strada nella sabbia bollente, di pari grado.
Il sole dava l'impressione di voler squagliare la sabbia. Poi improvvisamente l'acqua del mare e la sua salsedine a bagnarci tutto. Una rinfrescata salutare, un colpo di tosse, e in un baleno, fuori dalla sabbia. Avevamo gli occhi pieni di granelli, arrossati. Il pene era ancora in erezione, con lo sguardo rivolto verso l'acqua del mare. Non ne voleva sapere di abbassarsi. La spiaggia era deserta. Nessuna persona vi era nei dintorni. Il vuoto totale.
Sotto la doccia, ci abbiamo messo almeno un'ora per toglierci di dosso tutta quella salsedine, e poi i granelli di sabbia che avevano recato disturbo, penetrandovi all'interno, persino al glande e grattavano il prepuzio, già abbastanza arrossato. Un gettito d'acqua gelida gli avrebbe fatto bene. Sta di fatto che il pene non voleva perdere la sua erezione, eppure non mi sentivo più eccitato. La colpa era tua che avevi decido di prenderti gioco di lui. Facevi le boccacce in faccia alla cappella grossa. Qualche morettino ogni tanto e nessuna leccata. Perversa.
Abbiamo costruito un gigantesco castello di sabbi e ci abbiamo infilato dentro le lunghe gambe. Poi ci siamo voltati a pancia sotto, per sedarne il prominente calore. Abbiamo smosso i piedi e alzato un polverone, poiché si era alzato il vento. Portava via tutto, persino i nostri asciugamani. Ci piaceva stare nudi lì, ad accogliere il bel sole che scottava sulle nostre schiene inarcate, e sempre sulla soglia del dolore.
Dopo la doccia, anche a causa dello stato del pene, ti ho presa decisa. Non vedeva l'ora di entrare dentro un abbondante buco. Era così molle eppure palpitava. La tua fica era morbida ma terribilmente calda, e lo sentivo duro come un sasso. Non aprivi bocca, per te era meglio così. Sentirlo senza commentare. Turgido e secco, come un giorno al deserto.
Abbiamo viaggiato fino alla parte opposta della costa, e lì la sabbia era ancora più alta, facevamo fatica persino a camminare. I piedi affondavano continuamente, così ci siamo cascati dentro. Il vento ci mandava la sabbia di nuovo negli occhi. Tentavamo di chiuderli o perlomeno di far sì che le mani potessero fungere da paravento. Poi era giunto il turno dell'acqua a bagnarci il viso. E le alghe e solleticarci il naso. Il sale per farci venire sete.
Avevo sete, volevo succhiare la tua secrezione che colava giù dalle grandi labbra a quelle piccole. Era sporca di sabbia. Una sciacquata e via. Il mio cazzo aveva voglia di dissetarla ancora, e così senza che gli dessi ordini, sputò del liquido più bianco che mai. La sabbia gli aveva donato una nuova lucentezza. E non smetteva più. Come il sole quando ha voglia di picchiare, il mio cazzo non cessava di schizzare, allagando il tuo anfratto di piacere e di sapore, di una nuova vita. Rigenerazione dei sensi. Dopo una decina di gettiti, prese ad abbassarsi, e un improvviso vuoto nello stomaco, lo fece cadere di colpo, fino sotto lo scroto. Effetto speciale.
Eccoci qui, intenti ad osservare la luna calare, su questa spiaggia di rivolta dei sensi. Ora mi sento soddisfatto e riposato, e posso dormire fra le tue braccia. Sei ancora calda. Il dolce vento non ti ha raffreddato minimamente. Sembra riscaldarci la stessa luna.
Prima di addormentarmi ho potuto avvertire un insopprimibile prurito. Mi sono infilato la mano nelle mutande, e ancora un granello di sabbia se ne stava lì appeso, proprio sulla punta del membro. Lo osservai minuziosamente, avvicinando il dito allo sguardo. Era solo un maledettissimo granello di sabbia, e niente più. Eppure riuscivo a vederlo così bene.
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