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[Cinema] Black Swan - Il Cigno Nero

Federico Mattioni - 15.03.2011

Punto di partenza: Cajkovskij. Punto di arrivo:Erossovskij. Un divertente gioco di parole per esemplificare questo coraggioso ed incredibile film. Darren Aronofsky (su tutti Requiem For A Dream e The Wrestler), ci esprime il suo punto di vista sull'universo della danza e dello sforzo dei corpi per adattarsi a quelle che sono le sue regole. Sforzo dei corpi e sublimazione dei sensi. Il che rende, tutto lo sforzo necessario compiuto nell'arco del film da parte della giovane ballerina Nina per trasformarsi nel Cigno Nero, in un disperato tentativo di opporre resistenza al dilagare dell'Eros. Ne ha quasi il terrore Nina, e frustrata dall'opprimente controllo della madre, trova nel balletto il suo motivo di sfogo. Sedotta inevitabilmente dal suo coreografo, per la sua versione rinnovata del "Lago dei Cigni", e dalla rivale nel ruolo che deve portare in scena, in un andirivieni di dubbi e propositi, la psiche di Nina muta in maniera preoccupante. Tra visioni, incubi, ossessioni, pedinamenti, dubbi, avvampamenti di calore che le fanno sognare/desiderare una effusione lesbo, la sua mente, e di pari passo il suo corpo, mutano rispettivamente predisposizione psicologica e forma fisica, in virtù di una trasformazione ormai già in atto.
Aronofsky pedina con la cinepresa sempre fra le mani, barcollante, nervosa, ridondante, e con l'ausilio di una fotografia sgranata in grado di donare un inconsueto realismo nella messinscena, costruisce il suo film sull'esplosione della sessualità fino all'oblio dei sensi, che coincide con l'apoteosi del piacere, quindi della sublimazione nella morte, che non è più finzione in scena. In maniera più concisa, Il cigno nero è un allucinato apologo in cui vi è suggellata la fusione del balletto con l'eros, dell'eros con l'assurdo della morte, e della morte con l'epica vita, con conseguente assorbimento del corpo con la malattia del successo.
Ne dà sensazionale aderenza, nel volto e nelle movenze, una Natalie Portman giustamente premiata con l'Oscar per la Miglior Protagonista Femminile. Tra Lynch, Argento, e Von Trier, Aronofsky sceglie di non copiare od omaggiare, come qualcuno ha voluto far notare (c'è chi lo ha accusato persino di cattivo gusto, e quindi di cattivo cinema, di regista che non ha mai visto un Dreyer, un Bergman o un Tarkovskij, cosa c'entrino poi con questo film non mi è ben comprensibile), bensì di assorbire le influenze, le reminiscenze, i simboli, le allegorie, di un percorso dove la confusione narrativa ha una sua ragione d'essere, in quanto l'occhio, lo sguardo, e la mente del regista, seguono i trasalimenti, la passione, e le sorprese di Nina, perché anche se tecnicamente non lo è alla lettera, il film in realtà è una assurda soggettiva di una giovane ragazza in una fase di mezzo della propria vita. Il problema più grande per lei e per il regista, probabilmente, è quello di arrivare al disgiungimento degli equilibri fra il bianco e il nero, il buono e il cattivo, la scontata metafora del doppio (un pretesto in realtà), perché non vi è possibilità di fusione, ma soltanto di passaggio delle consegne (come non pensare anche al mito del Faust).
Vi è una critica non indifferente al microcosmo della danza, nei vizi e nella corruzione del pensiero e dei sensi, che sono proprie della società dello spettacolo.
Completano il cast: Vincent Cassel che è Korolyevna, il duro e marpione coreografo, Mila Kunis è Lilly, la maliziosa rivale in scena di Nina, Winona Ryder è Beth, una ex ballerina in crisi isterica (il punto debole del film, anche dal punto di vista narrativo, perchè confonde le acque, rafforzando però paradossalmente il ruolo di Natalie Portman), mentre Barbara Hershey è Erica, la madre possessiva ed ex ballerina fallita di Nina.
Nel settore tecnico, spiccano su tutti Matthew Libatique alla fotografia (per la perfetta immedesimazione delle immagini sporche con la pulitina apparenza dell'ambiente che mostra e descrive con dovizia di particolari, e per l'uso delle luci soffuse negli interni foschi e opprimenti), Thérèse DePrez e Tora Peterson alla scenografia (gli ambienti, gli arredi, sono molto curati e suggestivi), Andrew Weisblum (Premio Oscar per Chicago, che riesce a donare il giusto ritmo al film in maniera progressiva), così come Amy Westcott per i costumi e tutto il reparto trucco (sei straordinari artigiani!). Qualche piccola riserva va gli sceneggiatori Andres Heinz, Mark Heyman e John McLoughlin, perché per inseguire la suggestione totale con i corpi e con gli ambienti, qualche punto interrogativo a livello dei meccanismi della vicenda permane, ma la suggestione e l'atmosfera sono fondamentale nel cinema (in troppi fingono di dimenticarsene), e se la vita il più delle volte è inspiegabile, perché il cinema dovrebbe sempre trovare una spiegazione/soluzione a tutto?
La spirale è lo figura-simbolo del film, un po' come lo strumento contraccettivo femminile (la spirale intrauterina che impedisce la fecondazione) che al contrario s'infiltra, solletica, sfugge, penetra, e sale su, fecondando essa un nuovo essere, su fino alle viscere, alla ricerca del legame indissolubile con un altro punto, più plasmabile del monello G.


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